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Quei colloqui con i propri familiari che il carcere svuota di ogni umanità

da | Giu 28, 2012 | Carcere, Giustizia e Legalità, Opinioni a confronto, Per la meditazione, Politiche sociali, Storia e cronaca | 1 commento

Il Tribunale di Sorveglianza di Firenze ha sollevato, di recente, un’eccezione di incostituzionalità sul secondo comma dell’articolo 18 dell’ordinamento penitenziario.

Questa norma impone la sorveglianza a vista durante i colloqui tra detenuti e familiari da parte della polizia penitenziaria: non esiste, infatti, nel nostro Paese la possibilità che le famiglie possano incontrare i propri cari in carcere con un po’ di intimità, senza essere guardati a vista, come avviene invece un po’ ovunque, dalla Svizzera alla Spagna alla Russia e perfino in Albania.

Alla luce dell’eccezione di incostituzionalità sollevata dal Tribunale di sorveglianza, ora questa norma potrebbe essere cancellata per sempre dalla Corte Costituzionale. Una norma che lede il principio di uguaglianza e non rispetta il principio secondo cui la pena non deve consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Perché oggi i colloqui in carcere di umanità ne hanno pochissima, come raccontano le testimonianze di persone detenute, costrette a far subire ai figli e ai genitori le tante umiliazioni e sofferenze della galera.

 

Qui ci privano anche della libertà dì affetto

Mi torna in mente il mio passato ogni volta che vedo mia figlia che viene a trovarmi in carcere da quando aveva due anni, e adesso ne ha sette come ne avevo anche io quando andavo a trovare mio padre in carcere in Perù. Solo che nel mio Paese c’è più libertà per i familiari che hanno un parente carcerato, lo non vedevo l’ora dì tornare a trovare mio papà, con lui mi sentivo più al sicuro perché lui mi riempiva il cuore di quell’amore che mi mancava quando non era accanto a me. Sono passati diciotto anni e ora sono padre di due bambine, delle quali una è lontana e non ha la possibilità di venire a trovarmi, ma la più piccola vive qui con sua mamma e ogni mese percorrono con il treno quattrocento chilometri per venire a trovarmi. E non basta solo il viaggio, perché devono anche attendere davanti al carcere parecchio tempo prima che le facciano entrare a colloquio, e l’attesa è all’aperto anche se c’è un temporale o la neve. Una volta entrate devono subire l’umiliazione di essere spogliate e perquisite dagli agenti, e ogni volta mia figlia mi chiede: “Papà, perché ci spogliano quando veniamo a trovarti?”. Fino a due mesi fa ho sempre trovato una scusa, cioè le ho mentito, ma poi mi sono accorto che mia figlia ha capito che mi trovo in carcere e ora non so come devo affrontare questa situazione in modo più positivo. Anche se il sistema penitenziario italiano non ci permette di coltivare gli affetti in modo più libero, ogni volta che vedo mia figlia rivivo i momenti che ho passato io da bambino, solo che io ho avuto più tempo per stare con mio padre e potevo farlo quando volevo, invece qui in Italia non c’è questa possibilità perché tutto è limitato e sei sempre sotto sorveglianza. Questo non ti permette di trasmettere quell’affetto che da genitore senti nel profondo del cuore.

Miguel

 

Alla fine dell’incontro solo rabbia e amarezza

Sono un detenuto moldavo, sto scontando la mia pena da oltre cinque anni nelle carceri italiane. in questi anni ho sentito dire tante volte che i familiari dei detenuti non hanno colpe e vanno trattati con umanità, ma con il tempo mi sono accorto che la realtà è tutt’altra. In questi lunghi cinque anni è stato davvero difficile mantenere saldi i legami con la mia famiglia, perché delle misere sei ore mensili di colloquio previste, una persona straniera deve fare i conti con la lunga distanza e quindi non ha nemmeno la garanzia di poterle effettuare tutti i mesi.

D’altronde la mia famiglia farebbe anche dei sacrifici per venirmi a fare visita molto spesso, ma sono io che non voglio, conoscendo le modalità con cui si effettuano ì colloqui. Si possono incontrare i propri cari in una saletta con tantissime altre famiglie, dove il continuo accavallarsi di voci non ti permette di capire nulla e non ti dà neppure modo di potergli esprimere i tuoi reali stati d’animo. Ecco il motivo per cui io cerco sempre di farli venire il meno possibile, perché alla fine del colloquio il mio stato emotivo è pieno di rabbia e amarezza.

Alla luce di questo ho chiesto di poter scontare la pena nel mio paese di origine, nonostante sia consapevole che la vita carceraria lì è molto più dura di quella italiana, ma in cambio ho la garanzia che i familiari dei detenuti vengono trattati in modo migliore di quello che succede in Italia. In Moldavia infatti ti permettono di vivere i colloqui con loro in una saletta da soli, senza telecamere e poliziotti che stiano lì ogni istante a guardarti ed impedirti di dare una carezza o un abbraccio in più. Quindi preferisco subire io la rigidità delle regole carcerarie del mio Paese e riservare alla mia famiglia un trattamento più umano e dignitoso di quello che subiscono nelle carceri italiane, avendo come unica colpa quella di amare il proprio caro e seguirlo in carcere.

Igor Munteanu

 

Vedere i propri figli esausti per l’attesa

Molto spesso si sente parlare degli affetti in carcere e di quanto sia importante coltivarli, anche per un futuro progetto di reinserimento. Ma poi, con il tempo, ti accorgi come le cose scritte sull’Ordinamento penitenziario in merito all’importanza degli affetti sono in netta contraddizione con le modalità che gli istituti di pena adottano per permetterti di mantenere vivi i rapporti con i tuoi cari.

Attualmente negli istituti italiani “migliori” il massimo che puoi ottenere per non distruggere il rapporto con la tua compagna e con i tuoi figli si racchiude in una telefonata di dieci minuti la settimana e sei ore di colloquio mensili. Il dramma però non sta semplicemente nel poco tempo che hai per stare con loro, ma nella qualità di quel tempo.

Come si può riuscire a comunicare in modo sincero e intimo quando si è in una saletta con altre dieci famiglie, se si è fortunati, e il mescolarsi delle voci fa assomigliare quel posto più ad un mercato che a un luogo di comunicazione? Senza dimenticarci del le svariate telecamere che continuamente ti seguono con la loro “discrezione”, ma solo apparente. perché a toglierti ogni idea di sfuggire a un controllo pressante ci pensano cinque agenti che dietro a un vetro trasparente non ti tolgono gli occhi di dosso nemmeno per un istante, con la conseguenza che quando vuoi dire una parola di tenerezza alla tua compagna, lo fai mettendo le mani davanti per paura che dal labiale possa essere letta la tua frase e quindi violata la tua intimità.

Per quando riguarda i figli, soprattutto quelli in tenera età, ti accorgi che quando arrivano sono esausti dalla lunga attesa che hanno dovuto fare all’ingresso per poter entrare, per poi ritrovarsi per tutto il tempo del colloquio senza poter avere nemmeno un gioco con cui giocare con il proprio papà, con la conseguenza che dopo un po’, se pure a malincuore, non vedono l’ora di tornarsene a casa.

Allora mi chiedo come si può mantenere un rapporto da marito e da genitore in questo clima, come si fa a trovare lo stato d’animo giusto magari per riuscire a dire la verità, ai propri figli, sugli errori che ci hanno portato in carcere, e quindi iniziare a prendersi le proprie responsabilità? Semplicemente non lo si fa. si rimanda a un futuro prossimo, con la conseguenza che quando uscirai ti troverai a fare rientro in casa e a non conoscere nulla né dei tuoi figli né della tua compagna.

Questo per i più fortunati, perché molto spesso dopo aver vissuto questo tipo di rapporto con il tempo una famiglia non latravi più. lo penso che si dovrebbe fare una lunga riflessione e capire che quando i detenuti avanzano la proposta di vivere un colloquio intimo, come avviene nella maggior parte dei paesi europei, non significa che vogliono avere colloqui “a luci rosse” come più volte in modo distorto viene raccontato, ma è un modo per riuscire a vivere un minimo di umanità e dolcezza con i propri familiari.

Luigi Guida

 

Fonte: Il Mattino di Padova, 11 giugno 2012

1 commento

  1. angelica

    La Mia vita e dura senza mio marito lui si trova in prigione per scontare la Pena per 2 mesi io lo vorrei vicino a me e a mia figlia. Piango ogni sera che spero che esce subito . Io lo amo con tutto il cuore

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