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COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA – Art. 27-comma 3: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”

“Rientra fra i compiti fondamentali dell’Amministrazione penitenziaria, in tutte le sue articolazioni, lo spiegamento di azioni volte a contenere il disagio esistenziale dei soggetti privati della libertà personale, ed a prevenire il compimento di attiautoaggressivi”. Inizia così la lettera circolare del 26 aprile 2010 con cui il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria invita tutti i Provveditori regionali e, conseguentemente, tutti i direttori di istituto a concedere migliori condizioni nei contatti con le famiglie, il mondo esterno e i difensori, nonché ad assicurare ai detenuti un’assistenza sanitaria pari a quella di ogni altro cittadino, favorendo una migliore collaborazione con le A.S.L., soprattutto in fatto di medicina specialistica, dopo il trasferimento della sanità penitenziaria alle competenze del S.S.N.

Questa circolare assume quindi un significato importante in un momento di grave crisi del sistema penale, caratterizzato da una popolazione detenuta in costante crescita (circa 68.000 unità), dal drammatico fenomeno dei suicidi (21 nei primi 5 mesi), che non risparmia neppure gli agenti (4 in appena 30 giorni), senza che un vero piano carceri abbia visto ancora la luce. Da parte del Dipartimento si è capito che in mancanza di risorse e di riforme che nel breve termine possano decongestionare una situazione palesemente disumana, da lungo tempo fuori legge, non resta altro che usare al meglio ogni strumento disponibile, con razionalità e buonsenso almeno nell’interpretazione  della norma, per una umanizzazione della condizione detentiva.

La svolta in tal senso aveva subito un’accelerazione in questi primi mesi dell’anno, quando presso il Dipartimento si era formato un gruppo di lavoro multidisciplinare, sollecitato dall’ “emergenza suicidi”, cui hanno partecipato anche rappresentanti del volontariato, tra cui la San Vincenzo. Si è preso atto che generalmente i suicidi riguardano persone relativamente giovani ed avvengono nei primi mesi, talvolta giorni, di carcerazione, quando maggiore è il bisogno di sostegno psicologico ed invece più pesanti sono le restrizioni, fino all’isolamento vero e proprio. Il “servizio nuovi giunti”, istituito da molti anni proprio per prevenire atti di autolesionismo da parte di chi entra in carcere per la prima volta, non ha mai funzionato perché nella pratica mancano gli operatori e spesso passano mesi prima di essere ascoltati. Più di recente si è cercato di rilanciare un’iniziativa mirata alla prevenzione dei suicidi, ipotizzando un “servizio di ascolto” rivolto ai casi a rischio, composto da educatori, agenti penitenziari e anche da volontari, ma senza gli psicologi, notoriamente carenti. Di fatto, questo servizio non è mai entrato in funzione, contestato da  più parti, attende ancora di essere chiaramente regolamentato.

Oggi qualche speranza arriva però dalle disposizioni del 26 aprile. In particolare sono previste deroghe alle norme che limitano i colloqui telefonici tra detenuto e difensore o verso la famiglia, lasciando al direttore facoltà di concedere ulteriori telefonate in casi di particolare necessità ed urgenza. Sappiamo bene quanto il poter comunicare con qualcuno, a maggior ragione con le persone care, abbia effetti rasserenanti in chi vive isolato e inascoltato. Altra novità importante è la possibilità, fino a oggi vietata, di chiamare verso un telefono cellulare i propri familiari, ma solo in mancanza di una linea fissa nell’abitazione. Inoltre, la circolare esorta a fare ogni sforzo per incrementare la disponibilità di aree verdi per il colloqui dei detenuti con i propri congiunti, nonché di luoghi idonei per momenti di affettività. Ciò significa, ad esempio, che si possono creare piccoli ambienti entro la cinta del carcere, ma esterni ai padiglioni detentivi, dove consentire ai detenuti di trascorrere parte della giornata con moglie e figli, allo scopo di valorizzare la genitorialità e salvaguardare i legami e la tenuta della famiglia. Infatti è ben noto l’effetto spesso devastante della detenzione rispetto all’unità familiare, per cui il poter coltivare e migliorare le relazioni affettive rappresenta sicuramente uno dei capisaldi trattamentali.

Per quanto riguarda la salute in carcere, viste le difficoltà tuttora in atto nell’assunzione delle competenze da parte delle rispettive A.S.L., si chiede che ogni Azienda sanitaria renda disponibile in ogni carcere la carta dei servizi attivati, che devono essere pari a quelli garantiti ad ogni altro cittadino. Il detenuto deve avere una più ampia possibilità di scegliere il medico curante tra coloro che operano in istituto, in virtù del rapporto di fiducia che deve stabilirsi tra medico e paziente, non strettamente limitato ad esigenze sanitarie, ma altrettanto valido sul piano umano. Tutto ciò comporta l’individuazione di percorsi coordinati tra l’Amministrazione e le Regioni, le cui intese dovranno essere trovate al tavolo di consultazione permanente presso la Conferenza Unificata.

In conclusione, si può senz’altro affermare che le direttive impartite da questa lettera circolare vanno nella direzione giusta, anche se necessitano di essere ulteriormente messe a punto e regolamentate, una volta acquisiti i risultati delle più significative sperimentazioni in atto.

Restano tuttavia da risolvere tutti i problemi strutturali del sistema penitenziario, fonte di un disagio che si aggrava di giorno in giorno e che fa temere conseguenze ancor più pesanti, proprio in questo periodo stagionale, quando in estate si aggiungeranno sofferenze climatiche e riduzione di servizi, cessazione di attività scolastiche e ricreative, sospensione di lavorazioni interne. Un tempo vuoto in spazi superaffollati: quanto di peggio per una comunità chiusa in cui nessuno fa vita, né detenuti, né operatori. Come ha recentemente dichiarato il Capo dell’Amministrazione Penitenziaria Franco Ionta, ad un convegno svoltosi a Rebibbia, “… se metti troppi conigli in una
gabbia diventano cannibali”.

Fonte: Rivista “la san Vincenzo in Italia” n. 5-6 2010

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