Adozione – Ritorno alla mia Africa

da | Gen 27, 2012 | Migrazioni, Minori, Opinioni a confronto, Per la meditazione, Storia e cronaca | 0 commenti

AVVENIRE – POPOTUS

di Matteo Fraschini Koffi 

Habtamu ha comprato una cartina geografica e si è diretto verso Sud. Un po’ a piedi, un po’ in treno, il ragazzino etiope di tredici anni, adottato tempo fa da una famiglia italiana, è partito dal Lago d’Orta, in Piemonte, dove si trovava in vacanza, per inseguire il sogno di rivedere la sua famiglia d’origine in Africa. Ha viaggiato, da solo, per cinque interminabili giorni, soffrendo il freddo, la fame, la paura. Quando l’hanno trovato alla stazione di Napoli non ce la faceva più. Ha raccontato di aver sentito una grande nostalgia della sua terra. Ma quando ha riabbracciato la sua famiglia adottiva, di cui fa parte anche il fratellino, adottato a sua volta, ha detto di amarli tantissimo. E ora, hanno annunciato mamma e papà, in Etiopia ci andranno tutti insieme.

 

Anch’io, come Habtamu Sacchi, il ragazzino nato in Etiopia e adottato da una famiglia italiana, ho sognato a lungo l’Africa. Anch’io, come lui, ho passato la maggior parte della mia vita provando a rispondere a domande importanti: sono un italiano nero o un africano bianco? Il mio comportamento l’ho preso dalla mia famiglia d’origine o da quella adottiva? La mia casa è nel Nord o nel Sud del mondo? Sono nato in Togo, un piccolo Stato dell’Africa occidentale. I miei genitori di Milano, che a quel tempo vivevano in Togo, avevano deciso di adottarmi e portarmi con loro in Italia quando avevo nove mesi. Sono cresciuto in una famiglia ricca d’amore. Ma non mi bastava. Avevo molti dubbi sulla mia identità: all’inizio li ignoravo, pensando che con il tempo sarebbero volati via. Poi, invece, provai a tenere tutto dentro di me: avevo paura di non essere capito dai miei genitori o dai miei amici. In quel periodo, però, cominciò a crescere nel mio cuore e nella mia testa una confusione che spesso mi faceva arrabbiare. Con me stesso e con gli altri. Sentivo il bisogno di tornare a vedere il mio Paese d’origine, conoscere la gente, gustare il cibo del posto, e provare a vivere una vita diversa da quella a cui ero abituato in Italia. Una vita che non avevo potuto scegliere perché ero piccolo. A ventiquattro anni sono tornato in Togo per capire. E ci sono rimasto. Ora vivo in Africa da sei anni. Abito ad Accra, in Ghana, faccio il giornalista e racconto l’Africa per il nostro giornale, «Avvenire». Appena posso, però, torno in Italia a riabbracciare la mia famiglia e i miei amici. Crescendo ci si accorge di quanto piccolo sia il mondo. Finalmente, dopo alcune esperienze e molti incontri interessanti, sono riuscito a rispondere alle domande che per tanto tempo non mi hanno permesso di vivere in modo sereno. La mia, come quella di moltissime persone, è un’identità sia bianca che nera, del Nord come del Sud. Entrambe le mie famiglie, quella adottiva e quella d’origine, mi hanno regalato qualcosa di prezioso. Leggere libri di varie culture, visitare altri Paesi, e conoscere gente di origini diverse, arricchisce ancora di più la nostra identità. L’importante è non avere paura di comunicare con chi o cosa appare diverso. Perché conoscendo persone diverse si scopre che c’è una sola natura umana che accomuna tutti noi, in qualsiasi parte del mondo viviamo.

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