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di Ilaria Sesana

 

Avvenire, 8 agosto 2011

 

Nell’immaginario collettivo è “un mestiere per uomini”, ma realtà è ben diversa: sono 104 su circa 200 gli istituti “in rosa” e spesso le responsabili delle carceri promuovono innovazioni.

 

Sono sempre più numerose le donne alla guida di un penitenziario. Farsi accettare non è un problema, gli stereotipi vengono dall’esterno. Nell’immaginario collettivo è “un lavoro con i pantaloni”. Dirigere un istituto penitenziario è, forse, la professione “al maschile” per eccellenza.

 

Uno stereotipo, uno dei tanti in cui si inciampa quando si parla di carcere: perché le donne, anche in questo settore, sono sempre più numerose. “Abbiamo 248 donne dirigenti. Di queste 104 sono direttore di un istituto penitenziario o di un Ufficio di esecuzione penale esterna”, spiega Luigia Culla, oggi direttore generale dell’Esecuzione penale esterna del Dap. Una carriera nell’amministrazione penitenziaria iniziata nel 1975 e che l’ha vista prima alla guida del carcere romano di Rebibbia e, successivamente, una delle prime donne a ricoprire il ruolo di provveditore regionale. “Ho fatto il concorso nel 1973, le donne erano circa il 30% delle partecipanti”, ricorda.

 

La sfida più ardua, in quegli anni, era quella di farsi accettare nel ruolo di direttore all’interno di un contesto esclusivamente maschile. “Bisognava lavorare tre volte tanto rispetto a un uomo. Col tempo le cose si sono sistemate: seppure con qualche difficoltà, ci siamo fatte strada”, spiega Luigia Culla. Per le pioniere di questa professione è stato difficile farsi accettare, sia dai colleghi, sia dai detenuti. “Una ventina d’anni fa, all’inizio della mia carriera, mi è capitato di andare a colloquio con un detenuto, che non mi parlava – ricorda Rosalba Casella, direttore del carcere di Modena. Quando l’ho interpellato mi ha risposto: “Sto aspettando il direttore”.

 

Era il 1991. Oggi invece la presenza femminile alla direzione degli istituti di pena è un fatto consolidato. “Per una donna, oggi, farsi accettare dai colleghi non è un problema”, spiega Gloria Manzelli, direttore della casa circondariale “San Vittore” di Milano. Gli stereotipi, semmai, vengono dal mondo esterno: “Quando spiego che lavoro faccio, la prima domanda che mi viene posta è: “Ma allora dirige un carcere femminile?”. “Il rispetto si conquista con l’onestà, con la serietà e assumendoti le responsabilità in prima persona – aggiunge Rosaria Marino, direttore di Novara. Ad Alessandria avevo a che fare con 850 detenuti e 400 agenti uomini e nessuno mi ha mai mancato di rispetto. È questione di carattere, non di sesso”.

 

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