Lettere: aspettando il nuovo anno in carcere

da | Gen 14, 2011 | Carcere, Giustizia e Legalità, Politiche sociali, Storia e cronaca | 0 commenti

È stato un inverno freddo freddo quello del 2010 in carcere. Sguardi incrociati, braccia conserte per riscaldarsi, rumori di carrelli porta vitto, colorano i corridoi del transito, voci di richieste e di proteste pacifiche, detenuti in fila per effettuare colloqui con gli operatori dell’Area pedagogica popolano le sezioni. Attivi per i preparativi del Natale, c’è chi mette su il presepe accanto alla sala teatro, dominano pastori antichi con il rosa ed il celestino, e c’è chi fischietta Bianco Natale mentre decora un albarello che pende ad un lato.

Volontari, collaboratori vari si danno da fare per eventi intramoenia; arriva il giorno dello spettacolo musicale seguito dal Recital di poesie nel reparto di alta sicurezza.

Si prova a far sentire l’aria natalizia, ma nonostante fuori cadano dal cielo fiocchi di neve rendendo il paesaggio simile a quello di un libro di fiabe, il Natale in carcere è meramente lontano da come lo si vive da liberi.

Sguardi tristi riposti sulle foto dei bambini, mani che stringono penne che scivolano su pezzi di carta decorate, i detenuti scendono a “colloquio” con i familiari con pacchi di biscotti e coca cola, risalgono con panettoni che poi divideranno con i compagni di detenzione, i loro occhi esprimono dolore, rammarico, speranza, sofferenza.

Un ritornare alle radici, al passato, il viaggiare nei ricordi, il fronteggiare assieme il dolore, il fornire strumenti per cambiare, è il compito dell’educatore, che in questo periodo, ancora più, si fa forte, perché le stesse festività possano essere occasioni per poter cambiare.

Nella notte Santa sono i profumi del sugo e di spezie varie provenienti dalle celle a fare socialità, i detenuti si invitano vicendevolmente, i pochi metri quadri diventano salotti per chiacchierare, qualcuno preferisce starsene da solo, qualcun altro andare a dormire stringendosi al cuscino.

Ed è la realtà del 31 dicembre, quella agghiacciata, solitaria, senza fuochi d’artificio ed abbracci dei familiari allo scoccare della mezzanotte, in mattinata, inaspettata la visita dell’educatrice di sezione che passa per un saluto “cella per cella”.

A piccoli passi senza troppa invadenza, legge i nomi riposti sull’etichetta fissata al blindato, quasi come a chiedere permesso, posso, con la coda dell’occhio scruta se c’è qualcuno in casa.

È l’ora della socialità, alcuni sono a colloqui con i propri congiunti, altri sono dai vicini di cella. Riuniti i rumeni, gli slavi, i cugini nomadi, marocchini che pregano, albanesi che giocano a carte, e c’è il napoletano doc che come Don Raffaè sta preparando il caffè, il romano che un cucchiaio di plastica gira il suo sugo alla matriciana.

C’è chi sta facendo pulizie ed aggiusta il cuscino con cura e mola lentezza per colmare il tempo ripetendo lo stesso gesto per diverse volte, c’è chi guarda la televisione e la spegne quando l’educatrice si avvicina alla porta per scambiare quattro chiacchiere; chi è nel corridoio in accappatoio e timidamente saluta l’educatrice prima di entrare nella sala doccia, chi inaspettatamente alla visita dell’operatrice si “rende presentabile”, chi balza dal letto, chi “piange” e con occhi meravigliati stringe con entrambe le mani quelle di chi ha difronte, ricambiando gli auguri, chi quasi ad invitare ad entrare fa notare le decorazioni della stanza, pezzi di carta colorate che scendono come pendoli dal soffitto,

È la giornata della Vigilia di Capodanno e tutto prosegue nella norma, gli agenti della polizia penitenziaria si scambiano gli auguri dandosi il cambio turno, il Comandante gira con fogli e ricetrasmittente , l’Ispettore controlla che tutto sia al sicuro, l’infermiera passa con le pillole anti depressive per chi è sottoposto a trattamento farmacologico quotidiano, il poliziotto al transito saluta l’educatrice che esce dalla struttura penitenziaria, chiedendole con stupore come mai anche quella mattinata sia al lavoro e sia “dentro”.

Si arriva in ufficio, neppure il tempo di aprire la porta, che il telefono squilla e squilla ancora, è l’operatore giudiziario che vuole che gli si mandi la relazione di A. per il permesso ordinario, è la moglie di B. che vuole sapere come sta suo marito, è la madre di C. che disperata vuole avere notizie del figlio ed assicurarsi che mangerà anche la notte della Vigilia di Capodanno.

L’educatrice prende un break, vorrebbe, sta per dare un morso al suo tramezzino quando dalla matricola le chiedono se è pronta l’istanza di R. per l’ottenimento del beneficio della l.199/10; niente da fare, il 31 dicembre in carcere è una giornata senza fiato, senza un minuto da perdere, una struttura complessa, difficile, dove fermarsi sembra quasi vietato.

Un luogo paradossalmente affascinante, in continuo itinere, dove tutto e tutti crescono e vivono di confronto. Lo spaccio, finalmente, è possibile recarsi allo spaccio per un caffè, un po’ si respira; lo scambio di auguri diventa contesto ed occasione per parlare, ma ancora una volta di carcere e di vita lontano dalle proprie famiglie, la vita in carcere; poiché anche noi operatori come loro i detenuti, viviamo metà della giornata tra le sbarre pur “fuori le sbarre”, lontano dalle nostre terre e dai nostri affetti, coinvolti nelle loro storie e nel processo strutturale di un’istituzione dinamica che potrebbe diventare “possibile ed aperta al cambiamento” se solo lo si volesse veramente e senza farsi seppellire dalla troppa burocrazia che spesso non ci fa vedere al di là della punta di naso.

Emanuela Cimmino – Ristretti Orizzonti, 8 gennaio 2011


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