Pistoia: nove detenuti in celle per quattro, una situazione disumana

da | Feb 21, 2010 | Carcere, Giustizia e Legalità, Politiche sociali, Storia e cronaca | 0 commenti

Un detenuto di 42 anni di origini marocchine ha tentato il suicidio alle prime ore di ieri a Pistoia impiccandosi alla sponda della terza branda dei letti a castello della cella in cui si trovava recluso nel carcere Santa Caterina in Brana. A dare l’allarme sono stati gli stessi compagni di cella. Operatori carcerari e personale sanitario hanno rianimato il detenuto che ora si trova all’ospedale del Ceppo, piantonato.


L’uomo era in attesa di giudizio per reati connessi al traffico di stupefacenti. L’episodio ha riaperto le proteste sul sovraffollamento della struttura pistoiese: la cella in cui si è consumato il tentativo di suicidio era abilitata per quattro persone ma al momento del fatto ne ospitava più del doppio. Il Santa Caterina – nota la Cisl – ha una capienza di circa 70 detenuti, ma ne accoglie oltre 140.

La Cgil ricorda le numerose denunce relative alle “pessime condizioni vissute dai detenuti” e sottolinea che il tentativo di suicidio è avvenuto dalla “terza branda”, cioè “quella posta sulla sommità dei letti a castello, quasi a sfiorare il soffitto”. In una trasmissione su Tv1, è stato il delegato della Cgil Riccardo Palombo, ispettore della Polizia penitenziaria che lavora nel carcere, ha descritto così la situazione. “In stanze che a malapena potrebbero ospitare una persona – ha detto – ce ne sono tre in sette metri quadrati, compreso il gabinetto”. Le stanze sono così piccole che i detenuti devono stare in piedi a turno. Altre celle sono invece di 20 metri quadrati: nate per ospitare 4 detenuti, ne ospitano 9, con tre letti a castello e sempre un solo gabinetto. Gli agenti di polizia penitenziaria, invece, sono solo il 60 per cento di quelli previsti.

“Una situazione ormai insostenibile”

“Cosa ancora dobbiamo aspettare che avvenga affinché si ponga fine ad una situazione insostenibile sotto tutti i punti di vista?”: ancora una volta il grido d’allarme arriva dalla segreteria della Cgil-Funzione pubblica di Pistoia. “Abbiamo avuto notizia che nella casa circondariale di Pistoia un detenuto ha tentato il suicidio, impiccandosi alla “terza branda”. Più volte abbiamo segnalato le pessime condizioni vissute dai detenuti e di conseguenza dai lavoratori della Polizia penitenziaria, all’interno del carcere. “Adesso, quanto temuto e denunciato si concretizza nella più cruda realtà: abbiamo voluto specificare le modalità del grave fatto, perché proprio la “terza branda”, cioè quella posta sulla sommità dei letti a castello, quasi a sfiorare il soffitto, così posizionata per ovviare alle gravi carenze di spazio all’interno delle celle, fa parte delle tante segnalazioni contenute nella denuncia e per sottolineare altresì le condizioni disumane vissute dai detenuti”. La Cgil ribadisce che un paese che si definisca democratico e civile non può permettere che questi drammi umani e sociali possano accadere. “Lanciamo un ulteriore appello a tutte le autorità pubbliche affinché pongano ascolto alla nostra denuncia e si facciano parte attiva per una risoluzione definitiva”.

Avvocato ricorre alla Commissione diritti umani
L’avvocato Fausto Malucchi, che, per via della sua professione, frequenta spesso la casa circondariale di Santa Caterina, è stato protagonista, lo scorso ottobre, di una pesante denuncia contro le condizioni di vita dei detenuti pistoiesi. Alla sua voce se ne associarono altre nei giorni e nelle settimane successivi. Sindacati, politici, associazioni… Gli stessi detenuti scrissero una lettera (che riportiamo in questa stessa pagina) per far conoscere al mondo esterno ciò che avveniva dietro le sbarre.
Da ottobre scorso però ben poco è cambiato. E l’avvocato Malucchi ha presentato proprio in questi giorni – in nome di due suoi assistiti – un ricorso alla Commissione europea per i diritti dell’uomo, la stessa che, lo scorso anno, ha condannato l’Italia ritenendo che, a causa delle condizioni delle nostre carceri, i detenuti italiani debbano essere considerati come persone sottoposte a tortura.
“Ci sono dei parametri minimi che, se non rispettati, fanno sì che si parli di tortura – spiega l’avvocato Malucchi – Come ad esempio l’ampiezza delle celle: ciascun detenuto deve avere almeno 7 metri quadrati a disposizione. Invece qui a Pistoia, come altrove, i detenuti si trovano a vivere in condizioni disumane, che in un paese civile non dovrebbero essere tollerate. Ci indigniamo quando leggiamo delle carceri irachene o di Guantanamo, ma qui da noi la situazione è la stessa.
Certo, chi sbaglia deve pagare, ma non deve essere disumanizzato. Ci sono delle condizioni minime che devono essere rispettate. L’Unione europea ha già condannato l’Italia per il loro mancato rispetto. Io, in questi giorni, ho presentato per un paio di miei clienti un ricorso alla Commissione per i diritti umani, ma tutti i detenuti dovrebbero presentarlo, come forma di protesta civile che possa portare a una presa di coscienza collettiva. Una sorta di ricorso di massa. È molto semplice farlo”. Nel frattempo, però, come risolvere questa situazione?

“Si fanno tanti progetti, ma tutti a lunga scadenza – lamenta il legale pistoiese – Nell’immediato, purtroppo, non c’è una soluzione definitiva. Però si potrebbe già fare qualcosa se i giudici considerassero maggiormente le alternative al carcere. Tanti sono in carcere perché sottoposti a custodia cautelare: purtroppo, molti magistrati considerano gli arresti domiciliari come una sorta di albergo, un premio, ma per molti sarebbero una forma sufficiente di limitazione della libertà. E anche per scontare la pena si dovrebbe ricorrere maggiormente alle forme alternative al carcere, come l’affidamento in prova”. “Sarebbe bene – conclude Malucchi – che i magistrati che applicano le misure cautelari o che infliggono le pene andassero in carcere a constatare in prima persona per qualche ora la situazione che c’è. Non una visita guidata, ma in un giorno qualsiasi, quando nessuno li aspetta. Sarebbe già un passettino avanti”.

Privati dei diritti minimi tra disagi e disperazione

I detenuti del carcere “Santa Caterina” di Pistoia stanno vivendo delle condizioni di detenzione molto dure, ben oltre quello che gli stessi regolamenti carcerari prevedrebbero. Queste condizioni non hanno niente a che vedere con il recupero sociale di chi ha commesso dei reati, come sostengono le autorità, ma al contrario le condizioni di vita qua dentro non fanno altro che alimentare il disagio e la disperazione e allontanare la prospettiva di una vita dignitosa. Chi è detenuto viene dimenticato in tutti i sensi e viene privato di quelli che invece dovrebbero essere dei diritti minimi. Le celle sono sovraffollate, i detenuti sono chiusi per 21 ore e mezzo, le condizioni igieniche sono precarie, con il rischio di contrarre malattie.

Ci sono difficoltà ad avere permessi per le visite mediche all’esterno, difficoltà ad incontrare la direzione carceraria, gli assistenti sociali e gli educatori. Non sono previste attività per consentire ai detenuti di occupare il tempo in modo costruttivo (esiste solo un corso di scuola media). Questa situazione non è accettabile. La direzione del carcere di Pistoia si deve fare carico di porre rimedio a queste sue carenze. In una società civile non si può permettere che l’istituzione carceraria sia la prima a violare le leggi (soprattutto per quanto riguarda il sovraffollamento). Oggi tutti riconoscono che le carceri italiane versano in condizioni penose. È giunto il momento di affrontare il problema per risolverlo.

I detenuti del carcere di Pistoia

Fonte: www.ristrettiorizzonti.it da Il Tirreno

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