Continua la divulgazione di articoli che l’Associazione Italiana di Psicogeriatria ha pubblicato sul quotidiano Avvenire. La visita domiciliare agli anziani soli e abbandonati, le iniziative pastorali volte all’inclusione delle persone sole, possono essere un impegno pastorale per tutti i gruppi della Famiglia Vincenziana (GVV – SSVdP). Chissà che non si riesca a lanciare una campagna di sensibilizzazione affinché la lotta contro la solitudine diventi una delle priorità nella Famiglia Vincenziana?

La solitudine, grande nemica del nostro tempo, ha molte diverse origini, sia all’interno dei piccoli nuclei vitali sia nell’insieme dell’organizzazione sociale. Ne indico un elenco, non per esercizio sociologico, ma per identificare i punti più deboli del nostro vivere verso i quali indirizzare interventi mirati. Non è impresa semplice, ma trascurare i segnali di pericolo può impedirci di provvedere in tempo. Non ci illudiamo, ma da tanti piccoli atti può iniziare un cambiamento. La vicenda della cura dell’ambiente ci insegna molto: da argomento spesso snobbato è diventato oggi tema di interesse globale. Molti richiamano la nostra attenzione, primo di tutti il Santo Padre, sulla solitudine, in particolare quella dell’anziano; spetta a noi trasformare indicazioni strategiche di alto valore morale in concreti atti quotidiani.

Molti fattori concorrono alla costruzione dolorosa di una vita in solitudine; mi limito ad accennare allo scenario culturale e sociale nel quale siamo immersi e alla condizione della famiglia, l’ambito primario del vivere. La solitudine è figlia della crisi della famiglia; non si tratta sempre di atti di abbandono voluti, ma della conseguenza dell’organizzazione della famiglia stessa. La crisi demografica, l’indebolirsi dei legami formali, le problematiche lavorative, organizzative, economiche costituiscono un complesso di situazioni che fanno sentire l’anziano sempre più solo. Nel momento del bisogno, per problemi di salute, affettivi o di altra origine, nessuno risponde al suo appello. È il tempo della disperazione, della sofferenza silenziosa, della ripetuta richiesta di aiuto che si presenta in diversi modi, fino al suicidio, denuncia tragica di una situazione di abbandono. La vita in famiglia, quando questa è fragile, non costituisce più il porto sicuro dove ritirarsi, né il luogo da dove partire per cercare nelle strade contatti, relazioni, dialogo, interessi condivisi, amicizie. Scompare anche la possibilità di trovare nella rete di piccoli negozi luoghi di appoggio psicologico: questi ultimi vanno infatti progressivamente sparendo, travolti dalle dinamiche di una riorganizzazione ‘violenta’ del commercio. Il contemporaneo inaridirsi delle certezze domestiche e la progressiva difficoltà a trovare nelle strade un ambiente vivibile porta a una giornata dell’anziano sempre più desolata.

La situazione di estrema solitudine porta talvolta al vistoso fenomeno delle morti solitarie dei vecchi. Non vi solo rilevazioni quantitative del fenomeno, che però sembra avere un trend di crescita. In Giappone è stato creato il termine ‘kodokushi’ per indicare la morte silenziosa di persone invisibili (si calcola che in quel Paese il 4.5% del totale dei funerali sia celebrato per chi muore solo e abbandonato). All’interno della famiglia si creano talvolta situazioni indotte dall’ingresso di persone che prestano i loro servizi per aiutare gli anziani e gli ammalati. Il fenomeno delle badanti riguarda più di un milione di persone, lontane dalle famiglie di origine, verso le quali provano sentimenti di profonda nostalgia, che lavorano spesso con orari che impediscono altri contatti, oltre a quelli con i datori di lavoro. Non sempre sono trattate in maniera amichevole, rispettando il loro desiderio di accoglienza. Si instaurano così solitudini pesanti, lenite talvolta dalle possibilità di incontro con chi proviene dalle stesse regioni o dal tentativo di sviluppare affetti rispettosi con chi è assistito. Pochissimo si conosce sulle conseguenze della solitudine sulla vita delle badanti anche sul piano della salute somatica e psichica; però l’instaurarsi di rapporti di umanità e di comprensione con la famiglia ospitante induce una riduzione dei vissuti negativi.

La solitudine è figlia di una vita che mette al centro un ego senza aperture, che si illude di costruire il proprio futuro senza gli altri,senza ricevere, ma anche senza chiedere. Un ego che non conosce la dimensione tempo, perché chiuso nelle proprie dinamiche dell’oggi, dimentico di un passato di relazioni positive o di abbandoni, incapace di guardare al domani se non con paura. Nonostante l’impegno recente di molti per costruire città ospitali, troppo numerose sono le persone che sentono attorno a se il deserto, le strade vuote, i muri inespressivi, gli occhi spenti delle vetrine che una volta ospitavano i negozi. Nessuno vuole ergersi a ‘laudator’ del passato, ma nessuno può negare che noi abitanti delle città contemporanee abbiamo vissuto tempi migliori. La lettura di un fattore di rischio di solitudine così rilevante dovrebbe indurre a cercare un cambiamento nell’organizzazione della città. Tutte le età e tutte le categorie sociali sono coinvolte negativamente dai ritmi delle città inospitali; giovani e vecchi sentono la difficoltà di costruire legami in luoghi dove prevale la fretta, il non riconoscimento, talvolta la violenza. Purtroppo non vi sono modi facili per sottrarsi a queste condizioni di vita, che sembrano irreversibili, legate alla fortuna o alla sfortuna della nascita.

La recente campagna per la costruzione di città ospitali rispetto a specifiche problematiche (si veda, ad esempio, l’impegno per la costruzione delle ‘dementia friendly community’) ha messo in luce come la città svolga un ruolo importante nel permettere al singolo di essere inserito nella rete umana, evitando il galleggiamento che impedisce qualsiasi rapporto stabile e utile. In particolare, chi è fragile, e quindi spesso non è in grado da solo di costruire contatti di aiuto, si giova moltissimo del fatto che la città di per sé viva in modo predisposto all’accoglienza, che è alla base delle relazioni, la porta attraverso la quale la persona entra nella comunità.

La crisi della città e dei suoi luoghi di aggregazione, insieme a quella della famiglia, ha un effetto drammatico sulla persona che ha fatto del microambiente che lo circonda il suo regno e la sua vita. Sempre meno negozi aperti, sempre meno gente per la strada, sempre meno possibilità di disporre di naturali centri di incontro, come sono stati per tantissimo tempo bar, osterie, luoghi vicini alle chiese. Al contrario, sempre più condizioni di irriconoscibilità, di indifferenza sociale, di dialogo inesistente. Purtroppo non sono situazioni risolvibili da singoli cittadini; come collettività abbiamo però accettato queste trasformazioni in silenzio per troppo tempo, senza preoccuparci delle conseguenze. Le diseguaglianze e le sofferenze provocate dalla scomparsa di reti umane in molti luoghi delle nostre città devono interessare tutti, anche sul piano egoistico, perché tutti invecchiando avremo bisogno di servizi accoglienti, da quelli per la salute a quelli che riguardano l’acquisto dei beni essenziali, fino al modo di raggiungere i luoghi in cui pregare.

Associazione Italiana di Psicogeriatria (2 – continua)

(da Avvenire del 2 aprile 2019)


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