Il 23 ottobre del 1937 moriva il missionario vincenziano fondatore nel primo Novecento di istituti benefici in tutta la Sardegna

Quasi ottant’anni dopo la sua scomparsa, la tomba di padre Manzella continua a essere un via vai di fedeli che ogni giorno si raccolgono in preghiera nella cripta della chiesa del Santissimo Sacramento.

Oggi ricorre il 79° anniversario della morte, ma i sassaresi, e tutti i sardi, non hanno mai dimenticato l’opera infaticabile compiuta durante i suoi quarant’anni di sacerdozio al servizio dell’Isola. In occasione della ricorrenza, infatti, oggi alle 18, nella chiesa del Santissimo Sacramento in via Matteotti, sarà celebrata una messa commemorativa presieduta dall’arcivescovo padre Paolo Atzei.

Devozione inalterata.

Dire in breve chi fosse Giovanni Battista Manzella non è semplice, va evidenziato, però, che la devozione della gente, nel tempo, è rimasta inalterata. La notizia della sua morte, in quel lontano e piovoso 23 ottobre del 1937, ebbe una risonanza tale che per un giorno e una notte centinaia di persone vegliarono la salma nella Cappella della Missione.

Al suo funerale, in San Nicola, partecipò una moltitudine di fedeli e a distanza di un mese il settimanale Libertà uscì con un’edizione straordinaria di quindicimila copie che furono esaurite in pochi giorni.

Per i sassaresi non era scomparso solo un sacerdote molto amato, era morto il “Santo Manzella”. L’allora vescovo Arcangelo Mazzotti, che celebrò le esequie, concluse l’omelia funebre con parole rimaste famose: «Era l’incarnazione della misericordia, della bontà e della carità».

Pellegrinaggio quotidiano.

Per comprendere appieno quanto sia ancora viva la devozione dei sassaresi basta fare un salto, in un giorno qualsiasi, nella cripta della chiesa di via Matteotti. Accanto alla tomba, al centro della grande sala sotterranea, i fedeli sostano in preghiera per chiedere protezione e conforto. C’è chi lascia un oggetto, un rosario, uno scritto, magari dopo un momento critico o una malattia, dopo avere superato un esame o un colloquio, oppure per chiedere guarigione e sostegno. «Ciò che colpisce – racconta madre Giuseppina Cossu, superiora generale delle suore del Getsemani, l’istituto fondato da padre Manzella – è il modo diretto con cui la gente si rivolge a lui, quasi fosse lì, di fronte a loro».

Le richieste sono diverse, spesso legate alle conseguenze di situazioni drammatiche, ma c’è anche chi ringrazia per una guarigione o per avere superato un periodo difficile. Non c’è sassarese che in famiglia non abbia sentito parlare di padre Manzella, del suo straordinario lavoro a favore della povera gente, degli orfani, degli anziani, delle persone sofferenti. «Ma la sua fama – prosegue suor Giuseppina – varca i confini di Sassari se si considera che a rendergli omaggio arrivano dalla Gallura e dal Cagliaritano, dal Nuorese e dall’Ogliastra».

Da Cremona in missione.

In Sardegna, il missionario vincenziano Giovanni Battista Manzella era arrivato dalla provincia di Cremona nel 1900, quando la stampa nazionale descriveva l’Isola come terra infestata dalla malaria e lacerata dalle faide. Manzella la percorse con ogni mezzo allora disponibile, non solo con spirito da autentico missionario, ma anche con l’intento di istituire le cosiddette Confraternite vincenziane di carità, associazioni di volontari che si adoperavano per assistere derelitti e indigenti. Al suo arrivo questi sodalizi erano una decina, concentrati a Cagliari e Sassari. Nel 1909, grazie al suo impulso, divennero settanta e nel 1925 se ne contavano più di 150. Furono la base per la creazione di nuove opere: a Sassari, grazie al suo impegno, videro la luce l’istituto della Divina Provvidenza, il “Rifugio Gesù Bambino”, l’istituto per i sordomuti e quello per i ciechi. In molti altri centri, dietro sua ispirazione, sorsero opere analoghe, soprattutto orfanotrofi e asili, sempre con la preziosa collaborazione delle Dame di San Vincenzo e delle Suore del Getsemani.

La beatificazione.

A distanza di circa ottant’anni, i fedeli sassaresi, e non solo, attendono ancora il giudizio della Santa Sede in merito alla beatificazione del Servo di Dio. Epilogo che a molti, ripercorrendo le tappe della sua storia, oggi appare scontato.


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