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Sesta domenica del Tempo Ordinario B

Sesta domenica del Tempo Ordinario B

Di p. Giorgio Bontempi c.m.

 Levitico 13,1 – 2.45 – 46.

Dal Salmo 31

1 Corinzi 10,31 – 11,1

Marco 1,40 – 45

 

 

Lectio

 

Il popolo d’Israele aveva risolto il problema del male nel mondo, come conseguenza del peccato dell’uomo. Secondo questo modo di pensare un malato, un disagiato, un povero era tale perché stava scontando un peccato. Per questo doveva essere relegato ai margini della società. Inoltre c’era anche la credenza che il peccato si trasmettesse per contagio. Questa è la ragione per cui il sacerdote e il levita, menzionati nella parabole del buon samaritano, non si fermano a soccorrere colui che era ferito e accasciato ai lati della strada che da Gerusalemme conduceva a Gerico, ma passano dall’altro lato e proseguono il cammino.

Invece, con la guarigione del lebbroso da parte di Gesù, il vangelo di Marco intende sottolinearne la divinità: solo Dio può sanare all’istante un lebbroso, considerato allora un malato terminale, quindi se Gesù di Nazareth guarisce all’istante un lebbroso significa che egli è Dio.

Inoltre nell’atteggiamento di Gesù si può riscontrare l’atteggiamento che deve avere la chiesa, nei confronti di coloro che sono in difficoltà: porli al primo posto nella comunità, ascoltarli e cercare di togliere lo stato di bisogno in cui si trovano.

Infine, sempre nella figura del lebbroso si può vedere il cristiano che, riconoscendosi peccatore, chiede perdono a Dio e alla comunità.

 

 

Meditatio

 

Il vangelo ci offre uno spunto di meditazione interessante: il mondo è come lo facciamo noi!!

Il male è nel cuore dell’uomo, non si deve cercare al di fuori di lui.

Per questo il cristiano deve, non può, impegnarsi ad alleviare le sofferenze dei fratelli, sull’esempio di Gesù.

Il cristiano non può far finta di non accorgersi della povertà, dell’ingiustizia, della sofferenza che lo circonda, ma deve intervenire, nella misura del possibile e denunciare i soprusi e le ingiustizie.

 

Infine, dobbiamo seguire l’esempio di Cristo che, quando compie il bene, non cade nella rete della pubblicità, infatti egli – dopo il miracolo – chiede che questo non venga divulgato. Qui ritroviamo un punto fondamentale della vita cristiana: il bene compiuto è opera dello Spirito Santo e non nostra.

In questi giorni riflettevo sull’inno alla carità di san Paolo, quando l’Apostolo scrive: «[…] se anche dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, nulla mi giova […]», mi chiedevo quale fosse il significato profondo di queste parole. Poi ho compreso come, anche nel soccorso ai poveri, nelle iniziative caritative, per le quali si da tutto di noi stessi, si può incorrere nell’attribuire a noi il bene compiuto, si può incorrere nel servirci dei poveri per costruirci un nome o un prestigio….ecco è allora che questa nostra attività non ci giova, perché non ci siamo ricordati che il bene compiuto è sempre opera dello Spirito santo, che noi dobbiamo ringraziare quando si serve di noi.

 

Buona domenica.

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