Oggi, 20 dicembre, si celebra la Giornata internazionale della solidarietà umana, istituita dalle Nazioni Unite nel 2005. La data coincide con la creazione del Fondo di solidarietà mondiale, avvenuta nello stesso giorno del 2002. L’obiettivo del fondo è quello di eliminare la povertà e promuovere lo sviluppo umano e sociale nei paesi in via di sviluppo, in particolare tra le fasce più povere della popolazione.

La parola “solidarietà” deriva dal latino giuridico e in origine aveva un significato molto diverso da quello attuale. Infatti il sostantivo latino “solidum”, oltre a significare “duro, compatto o robusto”, nella terminologia giuridica assumeva il significato di “pieno, intero” e indicava l’obbligo di un eventuale creditore a pagare un debito integralmente.

La solidarietà come la intendiamo oggi però nasce durante la Rivoluzione francese, quando diventa un principio morale alimentato dal sentimento di fratellanza necessario ai cittadini di una stessa nazione libera e democratica. Così il termine ha iniziato ad assumere toni nuovi ed è cambiato varie volte: si pensi ai sodales di una corporazione, per esempio. Ma la cosa interessante è come da principio morale, sviluppandosi, sia diventato norma, a tal punto da essere presente, per esempio, nella Costituzione italiana nell’articolo 2: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Se fino a quel momento la solidarietà era ed è un principio etico e laico, diventa un valore cristiano con la lettera enciclica di Giovanni Paolo II “Sollecitudo rei socialis” (30 dicembre del 1987) dove il Santo Padre ne estende il significato alla interdipendenza dei popoli e a tutta l’umanità specificando che “non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti.” (n.38)

Tutti siamo veramente responsabili di tutti.

Qui il concetto si fa universale e diventa principio necessario del discernimento per le ingiustizie. Come cita spesso Don Oreste Benzi “ci sono due tipi di solidarietà: il post-factum e ante-factum.” Se la prima è di tipo emergenziale e chiama a raccolta tutte le risorse possibili per intervenire dopo un evento tragico, la seconda spinge gli individui a vivere la solidarietà come modello culturale e a ricercare nelle cause delle povertà la soluzione vera per sostenere coloro i quali vivono in condizioni di disagio. Oggi è ormai evidente che ogni essere umano in condizioni di miseria assoluta è vittima di un’ingiustizia causata da stili di vita squilibrati in alcune parti del mondo e da scelte politiche contrarie alla promozione di una serenità globale.

Diviene immediata l’analogia tra la solidarietà ante-factum e le Missioni vincenziane che nell’essere espressione del carisma diventano anche espressione evidente di un’azione solidale nei confronti dei più abbandonati al fine di eliminare le cause della povertà e rendere autonomi le persone che ne sono vittime.

Anche se San Vincenzo non usa il termine solidarietà, il suo costante invito alla carità effettiva ha forti connotazioni solidali. Nella Conferenza del 6 agosto 1656 possiamo leggere quanto segue “Quando andiamo a visitare i poveri dobbiamo immedesimarci nei loro sentimenti per soffrire con loro ed avere le disposizioni del grande apostolo, che diceva: Omnibus omnia factus sum, mi son fatto tutto a tutti. In tal modo non ricadrà su di noi il lamento fatto da Nostro Signore per bocca di un profeta: Sustinui qui simul mecum contristaretur, et non fuit, ho atteso invano qualcuno che condividesse la mia sofferenza, ma non l’ho trovato. Bisogna perciò cercare d’intenerire i nostri cuori, rendendoli sensibili alle pene e alle miserie del prossimo”. In quei concetti di empatia e condivisione, di misericordia e compassione si gettano le basi un percorso di solidarietà che realmente aiuta a diventare “tutto a tutti” perché quei tutti sono miei fratelli e sono il volto di Dio che soffre. In questa totalità possiamo leggere quella cura specifica per il bene comune da condividere e di cui siamo tutti responsabili.

Proprio per il suo carattere intenzionale e volto alla comprensione della realtà circostante la solidarietà si trasforma nel motore della continuità e del rinnovamento delle relazioni umane, ci apre all’altro come suo custode, ma nello stesso tempo ci rende custoditi dalla grande umanità in cui siamo immersi per nascita. In questa responsabilità dell’altro e del bene comune il cristiano getta le basi delle sue azioni e orienta le sue scelte. È sempre Giovanni Paolo II nel “Novo Millennio Ineunte” a chiarire come viverla pienamente:

“Si tratta di continuare una tradizione di carità che ha avuto già nei due passati millenni tantissime espressioni, ma che oggi forse richiede ancora maggiore inventiva. È l’ora di una nuova “fantasia della carità”, che si dispieghi non tanto e non solo nell’efficacia dei soccorsi prestati, ma nella capacità di farsi vicini, solidali con chi soffre, così che il gesto di aiuto sia sentito non come obolo umiliante, ma come fraterna condivisione. Dobbiamo per questo fare in modo che i poveri si sentano, in ogni comunità cristiana, come “a casa loro”. Non sarebbe questo stile, la più grande ed efficace presentazione della buona novella del Regno?” (dal n. 50).

Nel Vangelo la parola solidarietà non compare mai, ma in un modo al quanto intenso in Lc 9, 51 troviamo:

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme

In questo versetto Luca usa il verbo stêrizéin che significa “rendere duro, rafforzare” e può indicare una decisione ferma e il termine greco pròsōpon che significa fondamentalmente: ciò che cade sotto gli occhi (pros = verso, contro, di fronte + ōps = occhio). Nell’A.T., pròsōpon indica il volto di Dio, cioè, più precisamente, la parte di Dio rivolta all’uomo. Per Israele cercare il volto di Dio significava aspirare alla sua vicinanza nella preghiera, cercare la comunione con Dio (cf. Sal 105,4). Il volto di Dio si è reso visibile nel volto di Cristo (2 Co 4,6), mentre attendiamo la futura conoscenza “faccia a faccia” (cf. 1 Cor 13,12; Ap 22,4).

Gesù sa che deve affrontare la croce e si fa “solido”, determinato, perché è necessario.

L’Amore di Dio, di Cristo, attraverso la croce non ha tentennamenti. E così che quel dirigersi decisamente verso Gerusalemme diventa l’immagine di Gesù che si fa “duro in volto” perché ha deciso con fermezza (stêrizéin) di affrontare la passione e la crocifissione.

Il volto di Dio oggi è il volto dei poveri ed è anche il nostro volto quando diventiamo solidi nel perseguire il bene.

Nell’etimo della parola solidarietà troviamo infine la metafora perfetta del nostro essere uomini di fede. Un’umanità solida, compatta è possibile solo se si prende cura delle crepe che in essa si stanno allargando. Un corpo frammentato, ferito, è un corpo fragile. Prendersi cura dei poveri è prendersi cura di noi e della nostra casa rendendola un luogo sicuro, accogliente e adatto alla vocazione di tutti.

Un corpo sano è un corpo solido che può essere anche santo!


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