Lettera di Quaresima 2026 di P. Tomaž Mavrič, CM, alla Famiglia Vincenziana

da | Feb 13, 2026 | Featured, Formazione vincenziana | 0 commenti

Roma, Quaresima 2026

OGGI E PER SEMPRE … CON PROFONDA UMILTÀ

Cari membri della Famiglia Vincenziana,

la grazia e la pace di Gesù, sia sempre con tutti noi!

Entriamo nel tempo santo della Quaresima all’indomani della conclusione del Giubileo della Speranza, che ha attraversato la vita della Chiesa come un invito a rialzare lo sguardo e a rinnovare la fiducia nelle promesse di Dio. È stato un tempo di grazia, nel quale ci è stato chiesto di riscoprire che la speranza non delude (Rom 5,5), perché affonda le sue radici nella fedeltà di Dio e si traduce in cammini concreti di riconciliazione, misericordia e impegno.

Questo orizzonte di speranza illumina in modo particolare il momento carismatico che stiamo vivendo: mentre ci avviciniamo alla conclusione del quarto Centenario della fondazione della Congregazione della Missione (17 aprile 2026) siamo chiamati a custodire la memoria come sorgente di futuro. Celebrare un Centenario non significa guardare indietro con nostalgia, ma lasciarci interpellare da ciò che lo Spirito Santo ha operato attraverso san Vincenzo de’ Paoli, per discernere come continuare oggi ad essere generativi e segni credibili di speranza evangelica, soprattutto tra i poveri.

Con questa lettera desidero raggiungere ciascuno di voi, membri della Famiglia Vincenziana, affinché il cammino quaresimale, diventi occasione di rinnovata conversione personale e comunitaria, e apra a scelte coraggiose capaci di generare futuro per la missione che ci è affidata.

Mi piace mettere a fuoco due importanti insegnamenti di San Vincenzo per vivere bene il nostro itinerario quaresimale come Famiglia Vincenziana: continuare oggi e per sempre sulla terra la missione di Gesù, con profonda umiltà.

Diverse volte San Vincenzo ha invitato i Missionari e le Figlie della Carità a continuare la missione di Gesù:

Il progetto della Compagnia è dunque di imitare Nostro Signore, per quanto povere e meschine creature possano farlo. Che cosa significa ciò? Significa che essa si è proposta di conformarsi a lui nella sua condotta, nelle sue azioni, nei suoi fini … La nostra vocazione è dunque una continuazione della sua o, per lo meno, ne ripropone gli stessi particolari. (San Vincenzo de’ Paoli, Conferenza 195 ai Missionari: Il fine della Congregazione della Missione).

Ora debbo dirvi le ragioni che la Compagnia ha di ringraziare Dio della grazia che le ha fatto, dandole la vocazione di continuare la missione iniziata dal suo Figlio, e di servirsi delle medesime armi, ossia della povertà, castità e obbedienza. … Che cosa aggiungere alle ragioni già esposte per ringraziare Dio della grazia fattaci di averci chiamato in tale stato di vita se non di essergli consacrati per continuare la missione del suo Figlio e degli apostoli? … O mio Salvatore, hai aspettato 1600 anni per suscitare una Compagnia che facesse la professione espressa di voler continuare la missione che il Padre tuo ti aveva mandato a compiere sulla terra e che si servisse dei medesimi mezzi dei quali ti sei servito Tu, facendo voto di povertà, castità, obbedienza. … Ma di chi ti servi, o Salvatore delle anime nostre, per la conversione del popolo e per continuare la tua missione? … (San Vincenzo de’ Paoli, Conferenza 216 ai Missionari: I voti nella Congregazione della Missione).

Per questo la regola ci raccomanda di praticare la povertà, poiché Nostro Signore ci ha chiamato a fare quello che egli ha fatto in questo mondo, a continuare la sua missione e ad impegnarci per la conversione delle anime (San Vincenzo de’ Paoli, Conferenza 217 ai Missionari: La povertà).

Che felicità, sorelle mie, essere state scelte da Dio per continuare sulla terra l’opera del Figlio suo! (San Vincenzo de’ Paoli, Conferenza 9 alle Figlie della Carità: Il servizio dei malati).

Pensate che oggi Dio istituisce nella sua Chiesa una Compagnia di povere campagnole, come è la maggior parte di voi, per continuare la vita che suo Figlio ha vissuto sulla terra. (San Vincenzo de’ Paoli, Conferenza 15 alle Figlie della Carità: La spiegazione della Regola).

Quanto è bello trovarsi nella condizione tanto amata da nostro Signore! Se poteste capire quale gioia egli prova nel vedere un’anima continuare la vita da lui vissuta sulla terra! (San Vincenzo de’ Paoli, Conferenza 76 alle Figlie della Carità: La povertà).

Gesù ha vissuto la sua esistenza come relazione filiale con il Padre e come consegna totale ai fratelli, soprattutto ai più poveri e feriti. San Vincenzo de’ Paoli ha contemplato Cristo come l’Evangelizzatore dei poveri, inviato dal Padre per annunciare la buona notizia, guarire i cuori feriti, rialzare chi è caduto e rendere visibile la misericordia di Dio nella concretezza della storia. Seguire Gesù, per Vincenzo, non è stato anzitutto imitare gesti isolati, ma assumere il suo modo di guardare le persone, di lasciarsi commuovere dalla loro sofferenza e di rispondere con una carità operosa, umile e creativa.

Continuare oggi ciò che Gesù ha fatto sulla terra significa, per la Famiglia Vincenziana, lasciarsi guidare dallo stesso Spirito che ha mosso Cristo e che ha animato san Vincenzo: uno Spirito che spinge verso i poveri non come destinatari di assistenza, ma come luogo in cui il Signore continua a rivelarsi. È in questo incontro che la spiritualità vincenziana diventa sorgente di speranza, perché annuncia che nessuna vita è scartata e nessuna situazione è priva di futuro.

Il Signore Gesù ci invita ancora oggi, nel XXI secolo, segnato da nuove povertà, solitudini e ingiustizie globali, a vivere la mistica della carità custodendo uno sguardo contemplativo, vivendo una prossimità che genera speranza e una carità condivisa, intelligente e organizzata.

Quale stupore sperimentare come Gesù si fida di noi! Affida a noi uomini e donne fragili l’annuncio del Vangelo, la cura dei poveri, la testimonianza del suo amore nel mondo. Questa fiducia è un mistero che ci precede e ci supera: non nasce dalla nostra perfezione, ma dalla sua fedeltà.

Eppure, la fiducia ricevuta può essere fraintesa. Può trasformarsi in presunzione, nella convinzione tacita di essere migliori, più fedeli, più illuminati degli altri. Può persino diventare strumento di giudizio o di umiliazione: quando il servizio si muta in potere, quando il carisma diventa criterio di esclusione, quando l’appartenenza genera distanza invece che comunione. È allora che la fiducia del Signore viene tradita, perché usata per innalzare noi stessi invece di edificare i fratelli.

La Scrittura ci interroga: che cosa possiedi che tu non abbia ricevuto? (1Cor 4,7). Ogni dono, ogni responsabilità, ogni missione affidata alla comunità è grazia, non conquista. Riconoscere che tutto è dono libera il cuore dalla competizione, spegne il bisogno di affermarsi e apre alla gratitudine.

Quando una comunità di vita consacrata, un gruppo associativo, vive nella consapevolezza che tutto è dono, cambia anche il modo di guardare gli altri. Le differenze non diventano motivo di confronto o di dominio, ma ricchezza da accogliere. L’autorità si fa servizio, la parola diventa ascolto, la missione si trasforma in corresponsabilità. In questo clima, la fiducia del Signore non schiaccia, ma solleva; non divide, ma unisce.

La fiducia del Signore diventa allora per tutti, scuola di umiltà. Per san Vincenzo de’ Paoli, l’umiltà virtù bella e amabile (SVit X, 45) è il fondamento di ogni vera carità. Dell’umiltà san Vincenzo fece il cardine e il fondamento di tutta la vita spirituale. Ne apprese la forza attraverso l’esperienza personale e la additò come il modo più adatto per immedesimarsi all’umanità di Cristo. Rileggiamo le sue parole:

Cerchiamo di acquistare l’umiltà, perché quanto più uno sarà umile, tanto più sarà caritatevole verso il prossimo. Il paradiso delle comunità è la carità; e la carità è l’anima delle virtù; ed è l’umiltà che le favorisce e le conserva. Le compagnie umili si possono paragonare alle vallate di montagna che attraggono e raccolgono l’acqua dei pendii. Appena saremo vuoti di noi stessi, Dio ci riempirà di sé, perché non tollera il vuoto (San Vincenzo de’ Paoli, Conferenza 1 ai Missionari: La vocazione del missionario).

Questa meschina Compagnia, l’ultima di tutte, non deve essere fondata che sull’umiltà, come virtù sua propria; altrimenti non faremo mai nulla che valga, né dentro, né fuori. Senza l’umiltà non dobbiamo aspettarci alcun progresso per noi, né alcun profitto per il prossimo. O Salvatore, dacci dunque questa santa virtù che ti appartiene, che hai portato nel mondo e che ami così teneramente e con vero affetto! E voi, fratelli, sappiate che chi vuol essere un vero missionario deve cercare continuamente di acquistare questa virtù e di perfezionarvisi. Soprattutto deve guardarsi da ogni pensiero d’orgoglio, di ambizione, di vanità, come dal più grande nemico: appena ne scorge uno gli dia addosso, vegli accuratamente per non lasciargli il minimo spazio d’entrata (San Vincenzo de’ Paoli, Conferenza 37 ai Missionari: L’umiltà).

L’umiltà, che Gesù Cristo ci raccomanda tanto spesso con la parola e con l’esempio e che la Compagnia deve cercare con tutte le sue forze di acquistare, richiede tre requisiti. Il primo è di stimarci con tutta sincerità degni di abiezione. Il secondo è di essere molto contenti che gli altri conoscano i nostri difetti ed abbiano disistima di noi. Il terzo requisito, considerando la nostra miseria, è di nascondere il poco bene che Dio opera in noi e per mezzo nostro e, se non fosse possibile nasconderlo, attribuirlo unicamente alla misericordia di Dio e ai meriti degli altri. Questo è il fondamento di tutta la perfezione evangelica e il cardine di tutta la vita spirituale. Chi avrà questa virtù otterrà facilmente tutte le altre (San Vincenzo de’ Paoli, Conferenza 203 ai Missionari: L’umiltà).

Il cammino quaresimale che ci è donato, illuminato dal Giubileo della Speranza e dal tratto conclusivo del Quarto centenario della Congregazione della Missione, ci riconsegna l’essenziale della nostra vocazione e missione: essere, oggi e per sempre, bocca di Gesù, braccia di Gesù, piedi di Gesù … prolungamento della sua missione sulla terra.

Oggi e per sempre esprime una convinzione profonda della fede, della spiritualità e del carisma vincenziano: ciò che nasce dallo Spirito di Dio nella storia non appartiene solo al passato, ma rimane vivo, fecondo e operante nel presente e nel futuro della Chiesa.

Il carisma che nel XVII secolo è stato donato alla Chiesa attraverso San Vincenzo de’ Paoli è un dono dello Spirito che custodisce una forza evangelica capace di attraversare i secoli. Per questo possiamo affermare che quell’oggi iniziale non si è esaurito: è un oggi che diventa per sempre.

Finché esisteranno poveri da servire, Vangelo da annunciare, carità da incarnare e comunità da edificare, il carisma e la spiritualità vincenziana resteranno attuale, necessari e fecondi.

Non dimentichiamo però che solo nella profonda umiltà il carisma e la spiritualità rimangono fecondi. Solo nell’umiltà esso può continuare a rinnovarsi, lasciandosi purificare dalla storia, interpellare dai poveri, correggere dallo Spirito. È questa umiltà che custodisce il per sempre dentro il nostro fragile oggi, fino al giorno in cui Dio sarà tutto in tutti.

Affidiamo questo tempo di conversione allo Spirito del Signore, perché purifichi il nostro sguardo, renda umili i nostri cuori e rinnovi in noi la gioia di servire Cristo nei poveri. Così la Quaresima sarà passaggio verso una vita più evangelica, semplice e ardente di carità.

Con questo augurio, ci accompagniamo a vicenda nel cammino verso la Pasqua di Gesù, certi che Colui che ci ha chiamati continua a camminare con noi e a operare attraverso la nostra povera, ma disponibile, umanità.

Tuo fratello in San Vincenzo,

Tomaž Mavrič, CM

Domande per la riflessione personale e condivisione comunitaria

  1. Continuare la missione di Gesù
  • In quali atteggiamenti, scelte o opere concrete la nostra comunità, il nostro gruppo associativo rende oggi visibile la missione di Gesù, evangelizzatore dei poveri?
  • Dove rischiamo di “fare cose per Gesù” senza lasciarci davvero coinvolgere dal suo modo di guardare e di amare?
  • Quali chiamate nuove dello Spirito percepiamo per continuare oggi la missione affidata alla Famiglia Vincenziana?
  1. La fiducia del Signore, scuola di umiltà
  • Come viviamo, personalmente e come comunità, la fiducia che Gesù ripone in noi: come dono o come privilegio?
  • In quali dinamiche comunitarie o di gruppo si insinua la presunzione, il giudizio o la ricerca di riconoscimento?
  • Che cosa ci aiuta a rimanere nell’umiltà evangelica, riconoscendo che tutto è grazia e nulla ci appartiene?
  1. Vivere da mistici della carità oggi
  • In che modo l’Eucaristia, la preghiera, la Parola e i poveri si intrecciano concretamente nella nostra vita quotidiana?
  • Quali povertà del nostro contesto ci interpellano più fortemente come luogo di incontro con Cristo?
  • Quali passi concreti possiamo compiere, come comunità, per crescere in una carità più condivisa, organizzata e profetica?

 

Scarica la Lettera di Quaresima 2026:

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