Il 26 giugno si celebra la festa della Beata Nemesia Valle

da | Giu 25, 2025 | Formazione vincenziana, Santi e beati della Famiglia Vincenziana | 0 commenti

Nata fra le montagne della Val d’Aosta, suor Nemesia Valle ha speso la sua esistenza di Suora della Carità in Piemonte, prima a Tortona, una popolosa cittadina non lontana dai confini della Lombardia, e infine a Torino, capoluogo della regione.

Se le società dell’Antico Regime erano costruite sulla stabilità e sulla tradizione, la seconda metà dell’Ottocento si caratterizza per la possibilità di modificare in meglio, finalmente, la propria condizione sociale. Alle bambine dell’orfanotrofio di Tortona e soprattutto alle educande del Collegio di quella città, suor Nemesia, insieme alla comunità delle suore, mette a disposizione una formazione umana e cristiana all’altezza dei tempi. Una religiosità solida, vivace, positiva, che permetta loro di affrontare le sfide della vita, alimentata da una pietà calda, spontanea, tenera e benevola. 

Anche per la formazione delle novizie a Borgaro Torinese, in tempi di grandi cambiamenti, occorreva una spiritualità matura, interiorizzata e convinta. L’adesione piena alla vocazione di Suora della Carità doveva essere accolta in piena libertà dalla novizia. Le esigenze della consacrazione fiorivano meglio all’interno di una relazione personalizzata con la Maestra del noviziato: suor Nemesia è ricordata dalle sue numerose novizie per l’attenzione riservata a ciascuna e per il costante mantenimento di un temperamento benevolo e amorevole.

Sia in ambito scolastico, sia in Noviziato, suor Nemesia conosceva i limiti di una formazione religiosa tradizionale, incentrata per lo più sull’istruzione catechistica essenziale e sull’esercizio delle pratiche devote. Da qui, tutto il suo impegno nel far maturare nelle coscienze giovanili un’autentica apertura alla fede e un vigoroso spirito di carità e di apostolato cristiano.  

Tra i suoi scritti, cogliamo la presenza di Dio, fonte della serenità di fondo del suo cuore:

“Se la notte, il deserto e il silenzio sono sordi,
Colui che ti ha creato ti ascolterà sempre”
“Stammi allegra, santamente allegra!
Canta, canta sempre! Non inquietarti: attendi al presente!”

Beata Nemesia Valle: La vita

1847-1862 UN’INFANZIA SEGNATA

Giulia Valle nasce ad Aosta il 26 giugno 1847, donando tanta felicità a una coppia giovane e benestante di Donnas che aveva già perso prematuramente i due figli precedenti. Anselmo Valle e Maria Cristina Dalbard, suoi genitori, la conducono al fonte battesimale il 26 giugno 1847, presso l’antica collegiata di Sant’ Orso e la chiamano Maddalena, Teresa, Giulia. Segue la nascita di Vincenzo. La sua infanzia trascorre serena, tra il lavoro di modista della mamma e i viaggi e i commerci del padre. Animata da un profondo senso religioso, Maria Cristina Dalbard ispira ai due figli, accanto ad una visione serena della vita, anche un’autentica apertura verso gli altri e un’indole generosa che orientano il temperamento particolarmente vivace e luminoso e la naturale curiosità della piccola Giulia.

Nel corso del 1850, per esigenze di lavoro, Anselmo Valle deve trasferirsi in Francia, a Besançon e decide di portare con sé l’intera famiglia. Il soggiorno, purtroppo, si interrompe traumaticamente per la morte prematura della moglie Maria Cristina, quando Giulia ha solo cinque anni. Insieme a Vincenzo, è affidata al nonno paterno e a una zia nubile, in un ambiente troppo austero, nel quale i due fratelli percepiscono tutta la tristezza di essere orfani.

Quando Giulia compie 11 anni, per continuare gli studi viene mandata di nuovo a Besançon, in un educandato delle Suore della Carità, dove apprende bene la lingua francese, diventa abile nel suonare il pianoforte, nel ricamare e nel dipingere, arricchisce la sua cultura e si accosta ai testi dei grandi maestri della spiritualità cattolica, da Vincenzo de’ Paoli a Francesco di Sales.

1862-1866 UNA GIOVINEZZA IMPEGNATA

Dopo aver ultimato gli studi, Giulia è accolta dal padre non più a Donnas, ma a Pont-Saint-Martin, perché si è risposato. Difficoltà e disagi contrassegnano il ritorno in famiglia di Giulia, a causa dei difficili rapporti con la seconda moglie di Anselmo Valle. Giulia si trova nuovamente a contatto con quell’ambiente privo di comprensione che aveva già sperimentato da bambina a casa del nonno; un ambiente sempre più estraneo soprattutto dopo l’allontanamento volontario del fratello Vincenzo, a causa dei continui contrasti con la matrigna. E Giulia, inspiegabilmente, non saprà mai più dove sia finito l’amato fratello.

Affronta questo difficile momento della sua vita cercando conforto fuori dalle mura domestiche, soprattutto presso i parenti della madre, che costantemente va a trovare a Donnas: con loro può tornare con la memoria ai giorni della sua infanzia, al ricordo della figura materna e degli anni felici passati in sua compagnia.

Forse per questo stesso motivo, per Giulia è facile ritrovare nelle Suore della Carità, stabilitesi a Pont-Saint-Martin, le sue insegnanti di Besançon che la incoraggiano e la sostengono. Certamente ne osserva con maggiore consapevolezza e piacevole attrattiva il loro stile di vita di carità. Giulia diventa un’assidua frequentatrice della piccola comunità di suore dedite all’insegnamento e all’educazione della fanciulle e presto inizia ad aiutare le suore nel catechismo, nell’insegnare il ricamo su telaio e nel sorvegliare le piccole durante le ricreazioni.

Quando per Giulia è il momento di interrogarsi sul proprio futuro, i suoi studi a Besançon e la collaborazione con le Suore di Pont-Saint-Martin contribuiscono a far maturare in lei un’autentica predilezione per la figura dell’insegnante, capace di rappresentare per i giovani un punto di riferimento e una guida per la loro vita. Ma la figura dell’insegnante, per Giulia, è indissolubilmente legata alla scelta religiosa, che unisce insieme donazione totale a Dio, impegno educativo, opere di carità, vita in comune.

1866-1903 UN NOME NUOVO, UNA NUOVA VITA

Papà Anselmo è sorpreso della decisione della figlia per la vita religiosa, tenta di dissuaderla, ma finisce per acconsentire alla sua scelta e l’8 settembre 1866 l’accompagna a Vercelli, nel Monastero Santa Margherita, dove le Suore della Carità hanno un noviziato: per Giulia è la nascita a una vita nuova, nella pace e nella gioia, pur tra le lacrime di un nuovo distacco.

Al temine del noviziato, Giulia riceve l’abito religioso e con l’abito, quale segno di inizio di vita nuova, un nome nuovo: suor Nemesia. Nemesio è il nome di un martire dei primi secoli del Cristianesimo. Ne è contenta. Questo nome deve diventare un programma di vita:”Testimoniare il mio amore a Gesù, fino in fondo, a qualunque costo, per sempre”.

L’inizio della sua missione avviene a Tortona, in provincia di Alessandria, presso l’Istituto San Vincenzo, sede di una scuola elementare e media, di un educandato, di un orfanotrofio. Suor Nemesia diventa presto punto di riferimento per ogni iniziativa formativa, apostolica e missionaria. È presente con l’insegnamento, con la partecipazione in prima persona alle varie iniziative, con l’apertura del cuore e con le braccia anche dove c’è un lavoro umile da svolgere, dove c’è una sofferenza da consolare, dove un disagio impedisce relazioni serene, dove la fatica, il dolore, la povertà limitano la qualità della vita, dove ci sono da intraprendere sentieri nuovi per le riforme scolastiche e per la catechesi.

“Oh, il cuore di Suor Nemesia”! Le allieve, le famiglie, le orfane, i poveri, i seminaristi, i vicini militari di leva che l’avvicinano per una lettera, per chiedere di rammendare un indumento, per farsi lenire una nostalgia di casa, tutti sono convinti di avere un posto particolare nel suo cuore, a maggior ragione dopo la nomina a Superiora che ella accetta solo per poter servire meglio.

Gli impegni sono tanti, deve anche far quadrare i conti sempre in rosso dell’Istituto, ma se qualcuno ha bisogno di parlarle, ascolta attentamente, come non avesse nessun altro pensiero. Non mancano gli attriti con le consorelle, ma la sua calma è disarmante. Sferruzza continuamente, provvedendo così alla biancheria delle orfanelle, dei seminaristi per i quali ha una speciale predilezione e anche dei soldati del vicino distretto militare. Le generazioni si susseguono: tutti vogliono mantenere i rapporti con suor Nemesia, ritornano al collegio per presentare un fidanzato o far conoscere un bimbo appena nato.

Anche se i soldi non bastano mai, si prodiga per le missioni. Il direttore spirituale dell’istituto, don Giuseppe Carbone, fattosi cappuccino, parte per l’Eritrea. Lei lo sostiene e con tante iniziative raccoglie denaro per aiutarlo. Nasce così il primo circolo missionario della città. Aiuta come può il giovane don Luigi Orione, fondatore dei Figli della Divina Provvidenza e ospita più volte la beata Teresa Grillo Michel, fondatrice ad Alessandria delle Piccole Suore della Divina Provvidenza. Con loro stabilisce un’intensa e feconda collaborazione, condividendone gli ideali religiosi e la sollecitudine caritativa.

1903-1919 LE ULTIME TAPPE NEL DESERTO

Il 10 maggio 1903 suor Nemesia deve lasciare Tortona: è attesa a Borgaro Torinese, piccolo paese a pochi chilometri da Torino, dove sta aprendo un noviziato, per la nuova provincia di Torino. Qui le giovani novizie aspettano una maestra che le accompagni lungo un cammino per loro nuovo, austero, ma impregnato di gioia per la donazione a Dio e ai poveri, secondo lo spirito di santa Giovanna Antida Thouret.

Suor Nemesia nell’ambiente di Borgaro è presenza attiva accanto alle sue collaboratrici, a chi lavora nell’interno della casa, nel parco, nell’orto e soprattutto accanto alle giovani. Il suo metodo di formazione è sempre all’insegna della bontà, della comprensione che educa alla rinuncia per amore, della pazienza che sa attendere e sa trovare la via giusta che conviene a ciascuna. Le sue novizie ricordano: “Ci conosceva ad una ad una, capiva i nostri bisogni, ci trattava ciascuna secondo la nostra indole, ci chiedeva quello che riusciva a farci amare”.

Nell’arco di tredici anni, cinquecento novizie imparano da lei la confidenza con Dio, l’amore alla preghiera, la dedizione nel servizio dei poveri, il significato evangelico della comunità; sanno apprezzare la sua testimonianza di fortezza di fronte alle tribolazioni; vogliono imitare una santità così espressa e vissuta giorno dopo giorno:”La santità non consiste nel fare molte cose o nel farne di grandi, ma nel fare ciò che Dio chiede a noi, con pazienza, con amore, soprattutto con la fedeltà al proprio dovere, frutto di grande amore”. “…Santo è chi si consuma al proprio posto, ogni giorno, per il Signore. L’amore donato è la sola cosa che rimane: prima della tua fine cerca di aver amato molto!”

Ma la Superiora Provinciale ha un carattere palesemente non concordante con il sentire e l’agire della prima maestra delle novizie. Secondo lei, un metodo più rigido avrebbe forgiato le future religiose in maniera più marcata e affidabile. Tale differenza di vedute genera rilevanti contrasti che portano a rimproveri e umiliazioni anche pubblici. Suor Nemesia accoglie tutto in silenzio e nel silenzio continua il suo cammino, senza venir meno alle sue responsabilità: “Di stazione in stazione percorriamo la nostra via nel deserto…e se il deserto è sordo, Colui che ci ha creato sarà sempre in ascolto… .”

Gli anni di Borgaro Torinese rappresentano per suor Nemesia un’autentica stagione di prova, per le difficoltà e le incomprensioni. Pur così equilibrata e serena nella sua vita interiore e nel metodo di formazione delle novizie, è torturata da un’angoscia senza nome. Le sembra di non capire più, di essere andata fuori strada: la sua Superiora Provinciale, lo si vede chiaramente, non l’approva; e consorelle la accusano di debolezza… Le costanti difficoltà e incomprensioni contribuiscono a peggiorare la sua salute, che si aggrava improvvisamente nell’autunno del 1916. Colpita da una grave polmonite, muore dopo sei giorni di agonia, il 18 dicembre di quello stesso anno.

La preghiera che ha fatto sua fin dagli inizi: “Gesù spogliami di me, rivestimi di Te” l’ha accompagnata per tutta la vita. Ora può dire: “non sono più per nessuno”. Lo spogliamento è totale. È l’estrema offerta di un’esistenza tutta donata all’Amore.

Nell’arco di tredici anni, cinquecento novizie imparano da lei la confidenza con Dio, l’amore alla preghiera, la dedizione nel servizio dei poveri, il significato evangelico della comunità; sanno apprezzare la sua testimonianza di fortezza di fronte alle tribolazioni; vogliono imitare una santità così espressa e vissuta giorno dopo giorno:”La santità non consiste nel fare molte cose o nel farne di grandi, ma nel fare ciò che Dio chiede a noi, con pazienza, con amore, soprattutto con la fedeltà al proprio dovere, frutto di grande amore”. “…Santo è chi si consuma al proprio posto, ogni giorno, per il Signore. L’amore donato è la sola cosa che rimane: prima della tua fine cerca di aver amato molto!”

Ma la Superiora Provinciale ha un carattere palesemente non concordante con il sentire e l’agire della prima maestra delle novizie. Secondo lei, un metodo più rigido avrebbe forgiato le future religiose in maniera più marcata e affidabile. Tale differenza di vedute genera rilevanti contrasti che portano a rimproveri e umiliazioni anche pubblici. Suor Nemesia accoglie tutto in silenzio e nel silenzio continua il suo cammino, senza venir meno alle sue responsabilità: “Di stazione in stazione percorriamo la nostra via nel deserto…e se il deserto è sordo, Colui che ci ha creato sarà sempre in ascolto… .”

Gli anni di Borgaro Torinese rappresentano per suor Nemesia un’autentica stagione di prova, per le difficoltà e le incomprensioni. Pur così equilibrata e serena nella sua vita interiore e nel metodo di formazione delle novizie, è torturata da un’angoscia senza nome. Le sembra di non capire più, di essere andata fuori strada: la sua Superiora Provinciale, lo si vede chiaramente, non l’approva; e consorelle la accusano di debolezza… Le costanti difficoltà e incomprensioni contribuiscono a peggiorare la sua salute, che si aggrava improvvisamente nell’autunno del 1916. Colpita da una grave polmonite, muore dopo sei giorni di agonia, il 18 dicembre di quello stesso anno.

La preghiera che ha fatto sua fin dagli inizi: “Gesù spogliami di me, rivestimi di Te” l’ha accompagnata per tutta la vita. Ora può dire: “non sono più per nessuno”. Lo spogliamento è totale. È l’estrema offerta di un’esistenza tutta donata all’Amore.

Beata Nemesia Valle: profilo spirituale

Tratteggiare il profilo spirituale di suor Nemesia non è facile: il suo volto esprimeva calma, pace, infondeva serenità, anche quando il suo animo era in subbuglio. E tutta la sua esistenza non fu che la somma di tante cose normali, occupazioni ordinarie, faccende comuni, compiti per nulla esaltanti. Sbaglierebbe chi cercasse nella vita dell’umile suora valdostana eventi straordinari, fatti e vicende che attestano un cammino religioso condotto all’insegna dell’eccezionalità. La testimonianza spirituale di suor Nemesia si sviluppa, viceversa, nell’ordinario, privilegia la dimensione della quotidianità. La sua vita è un forte messaggio di umiltà e di carità: la sua fedeltà al carisma, la dedizione alle novizie e alle consorelle vanno intimamente legate al suo amore per la Chiesa, che si manifesta nel suo ardente spirito missionario e nella sua generosa e lieta disponibilità a servire tutti nella Chiesa.

Sul suo itinerario spirituale influirono molteplici fattori: la solida educazione religiosa ricevuta in famiglia, gli studi compiuti nell’Istituto di Besançon e i forti legami stabiliti con le Suore della Carità di Pont Saint-Martin, la formazione acquisita nel noviziato di Vercelli; l’incontro con i grandi maestri dello spirito, attraverso l’accostamento ai testi di Ignazio di Loyola, Francesco di Sales e Vincenzo de Paoli.

Tutto contribuì a sviluppare in suor Nemesia un vivo sensus ecclesiae, un’autentica passione missionaria e un’azione educativa dai tratti realmente incisivi e pienamente adeguati alle sollecitazioni e ai bisogni del suo tempo.

È IL MISTERO PASQUALE CHE CI RINNOVA

Come l’esistenza di suor Nemesia fu estremamente semplice nel suo dipanarsi, due soli luoghi Tortona e Borgaro e due sole attività insegnamento e professione religiosa, così la prospettiva spirituale da cui prende le mosse suor Nemesia trae alimento da un unico e fondamentale tema teologico: l’amore a Gesù Crocifisso. Ed è nell’imitazione del Cristo sofferente, che si radica la sua concezione dell’impegno educativo e dell’apostolato della carità.

L’annuncio evangelico, l’educazione umana e cristiana delle nuove generazioni, il servizio ai poveri, la sollecitudine missionaria, la formazione religiosa delle novizie si configurano come imitazione e sequela di Gesù Cristo, come impegno a continuare la sua opera di redenzione tra gli uomini, come partecipazione al mistero di Cristo Salvatore e Redentore: “Desiderosissima che Dio fosse conosciuto, amato e servito da tutte le creature e vivamente accesa di ardore per la salvezza delle anime – ricorda una sua allieva, poi divenuta Suora della Carità – inculcava a noi di pregare, perché la fede cattolica fosse largamente diffusa, affinché Dio avesse maggior gloria”.

È L’UNIONE CON DIO CHE CI TRASFIGURA

Mentre si divideva fra gli impegni e le preoccupazioni quotidiane che derivavano dal servizio alle educande, alle orfane e alle novizie, mentre era assorbita dai compiti e dalle responsabilità legati al ruolo di educatrice, mentre si prodigava nella ricerca di ogni forma di aiuto per i missionari, mentre non perdeva occasione per soccorrere i poveri, gli ammalati, i carcerati, suor Nemesia viveva costantemente un’intensa partecipazione interiore al mistero di Dio, alimentata da una pietà calda, spontanea, tenera e benevola.

La sua specifica impronta spirituale si manifestava soprattutto nei momenti di raccoglimento e di preghiera, nel cogliere i segni della rivelazione di Dio in ogni momento della sua vita e nel costante mantenimento di un temperamento benevolo e amorevole, dotato di una comune capacità di penetrazione degli animi.

Il forte desiderio di vivere interiormente alla luce e nel conforto della presenza di Dio si esprimeva nei momenti di raccoglimento e di preghiera e diventa motivo e sostegno per un atteggiamento verso gli altri e le vicende della vita caratterizzato da singolare mitezza, ilarità e allegrezza, non comuni. La cura costante dedicata al discernimento delle modalità relazionali più adeguate al temperamento e al carattere delle persone con cui entrava in contatto e l’instancabile pazienza di cui seppe dare ampia prova si univano ad una risoluta fortezza d’animo, che consentì a suor Nemesia di mantenere, nelle diverse circostanze, un costante equilibrio e una serena armonia interiore.

Accolse le vicissitudini della vita e tutte le sofferenze, molte delle quali le veniva spesso ingiustamente inflitte, con un atteggiamento di remissività e di accondiscendenza; atteggiamento che le consentì di sorridere di fronte alle avversità e di non lasciar trapelare all’esterno le afflizioni e le angosce della propria anima.

Nella vita spirituale di suor Nemesia, l’amore per il prossimo si configurava come la più alta manifestazione della sua fiducia e del suo totale abbandono in Dio, nelle mani del quale rimetteva la propria volontà e affidava la propria anima, certa che ogni sofferenza fosse un efficace strumento di purificazione e di elevazione spirituale. Nella persona afflitta, nell’ammalato, nel povero, nell’orfano, ella contemplava il volto di quel Cristo sofferente che, attraverso il sacrificio della Croce, aveva restituito all’umanità intera una possibilità di salvezza.

GUIDA E DIRETTRICE SPIRITUALE

Negli anni in cui fu insegnante presso l’Istituto san Vincenzo di Tortona e, soprattutto, nel lungo periodo in cui fu maestra delle novizie a Borgaro Torinese, suor Nemesia esercitò un’intensa attività di guida e di direzione spirituale, attraverso i colloqui personali con le giovani in formazione, i numerosi interventi scritti rivolti alle alunne e alle novizie, la cospicua corrispondenza epistolare con le sue ex allieve, le quali continuarono a chiederle consiglio e aiuto, anche dopo la loro uscita dall’educandato e aver concluso il noviziato.

Soprattutto l’epistolario permette di cogliere gli indirizzi di fondo che alimentarono l’intensa opera di direzione spirituale intrapresa da suor Nemesia. Vi possiamo cogliere lo spirito di profonda generosità e comprensione, la sua larghezza di vedute, i suoi consigli sempre particolarmente persuasivi ed efficaci.

Il suo temperamento connotato da profonda amorevolezza e da paziente disponibilità e comprensione nei riguardi di qualsiasi genere di circostanze, dalle più benevole a quelle maggiormente cariche di ostilità, contribuiva a fare di lei una personalità particolarmente dotata di analisi e di orientamento delle coscienze.

Possiamo dire che la capacità di suor Nemesia di ascoltare e di dare risposte significative ai molteplici problemi esistenziali e alla complessa ricerca spirituale delle giovani accolte in noviziato, rappresenti non tanto un’abilità innata o una naturale predisposizione alle relazioni interpersonali, quanto il risultato di un impegnativo affinamento spirituale delle proprie doti di intuizione e di penetrazione psicologica per la costante e viva preoccupazione circa il felice esito dell’itinerario umano e religioso delle giovani a lei affidate.

ESPERTA DI UMANITÀ

La sua fu una testimonianza di umanità con sfumature di delicatezza, sensibilità, dolcezza, rispetto, finezza. E, in particolare, il suo stile educativo era anch’esso incentrato sull’esemplarità, sulla dolcezza, sul dialogo affettuoso; il suo metodo privilegiava la semplicità, l’equilibrio, la solidità interiore e mirava alla preparazione di personalità umanamente e religiosamente mature.

Per la realizzazione di questo scopo, suor Nemesia avvertiva tutti i limiti della formazione religiosa tradizionale, incentrata per lo più sull’istruzione catechistica essenziale e sull’esercizio delle pratiche devote. Da qui, tutto il suo impegno nel far maturare nelle coscienze giovanili un’autentica apertura alla fede e un vigoroso spirito di carità e di apostolato cristiano. Anche a questo scopo, suor Nemesia non mancava di esortare le sue ex-allieve a conservare sempre la spontaneità e a coltivare lo slancio e la spensieratezza caratteristici degli anni giovanili, affinché la monotonia delle occupazioni quotidiane e il peso della responsabilità della vita adulta non isterilissero la loro testimonianza di fede e l’ansia caritativa nei riguardi del prossimo.

Fonte: https://www.suoredellacarita.org/

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