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I pericoli che si annidano nella nostra missione

da | Ott 12, 2020 | Formazione vincenziana | 0 commenti

Vi invitiamo a scoprire Federico Ozanam attraverso i suoi stessi scritti, co-fondatore della Società di San Vincenzo de’ Paoli e uno dei membri più amati della Famiglia Vincenziana (di cui forse sappiamo ancora poco).

Federico ha scritto molto nei suoi poco più di 40 anni di vita. Questi testi – che ci giungono da un passato non troppo lontano – sono il riflesso della realtà familiare, sociale ed ecclesiale vissuta dal loro autore che, per molti aspetti, ha delle analogie con ciò che si vive oggi, in particolare per quanto riguarda le disuguaglianze e le ingiustizie subite da milioni di persone impoverite nel nostro mondo.

Commento:

Alla fine del 1840 Federico Ozanam dovette trasferirsi da Lione a Parigi, per iniziare a lavorare come professore supplente di letteratura straniera alla Sorbona. Lasciò Lione il 14 dicembre 1840 e arrivò a Parigi venerdì 18 dicembre[1] pre preparare il corso universitario che avrebbe iniziato all’inizio del 1841. Solo poche settimane prima, il voto matrimoniale tra Frederic e Amélie era stato formalizzato: sappiamo da uno dei libri della famiglia Ozanam[2] che la visita ufficiale alla casa dei Soulacroix ha avuto luogo il 13 novembre e il voto è stato firmato il 24 dello stesso mese davanti ai membri delle due famiglie. Signor Soulacroix,

mentre gli antichi patriarchi, con il cuore traboccante di gioia, prendevano le mani dei due futuri sposi, li univano nelle loro mani e benedivano così quel legame che la Chiesa avrebbe consacrato per sempre un anno dopo[3].

Il matrimonio è fissato per il giugno 1841. Durante i mesi in cui la coppia è stata separata[4], hanno mantenuto una corrispondenza continua e frequente. In queste “lettere di fidanzamento”, oltre a pianificare la loro vita futura insieme e a discutere i loro progetti e le loro aspettative, appaiono molti altri argomenti, tra cui Dio, la religione e la Società di San Vincenzo de’ Paoli hanno un posto preminente.

Il frammento che presentiamo qui corrisponde a una lettera in cui Federico parla ad Amélie di un’Assemblea Generale che si è tenuta domenica 25 aprile, festa del Buon Pastore[5], la seconda delle quattro feste annuali celebrate dalla Società San Vincenzo de’ Paoli[6]. Al mattino, nella chiesa dove riposano le spoglie di san Vincenzo de’ Paoli[7], “i delegati delle venticinque conferenze di Parigi, giovani tra cui alcuni illustri anziani si sono mescolati con l’uguaglianza fraterna” hanno assistito alla messa. E la sera, “una grande folla ha riempito l’anfiteatro dei nostri incontri”. Nello stesso tempo, “altre trenta conferenze formate nelle parti più lontane del Paese hanno celebrato la stessa solennità”.

Federico si pone una domanda in questa lettera: “Non potremmo […] credere che la Divina Provvidenza ci chiama alla riabilitazione morale del nostro paese, quando otto anni sono stati sufficienti per far crescere il nostro numero da otto a duemila?

Riflette poi sui pericoli che potrebbero impedire ai laici della Società di compiere la loro missione. Anche se, quando scrive, Federico pensa alla Società di San Vincenzo de’ Paoli, non osa estrapolare questi pericoli a nessun altro ramo della Famiglia Vincenziana:

1. “‘L’alterazione del nostro spirito originario”. Noi Vincenziani siamo stati chiamati a seguire Gesù Cristo, il servo ed evangelizzatore dei poveri. Ogni ramo della nostra famiglia lo pratica con una sfumatura diversa; per esempio, nella Società, la visita ai poveri è qualcosa di fondamentale – anche se non esclusiva. L’importante è che il nostro lavoro ruoti sempre intorno a questo carisma di servizio. Al di fuori di questo, non siamo vincenziani.

2. “Il farisaismo che fa suonare la tromba davanti a noi” — “Dimenticare l’umile semplicità che ha presieduto i nostri incontri all’inizio, che ci ha fatto amare il buio senza cercare il segreto”. Già San Vincenzo de’ Paoli ci invitava a praticare le virtù dell’umiltà e della semplicità[8]. Non possiamo confondere i mezzi con il fine. Siamo uno strumento per raggiungere un obiettivo: aiutare i bisognosi a uscire dalla povertà.

3. “L’autostima esclusiva che non conosce la virtù in altri luoghi diversi dalla corporazione preferita”. San Paolo diceva che “ci sono molti carismi diversi, ma uno stesso Spirito”[9]. Siamo parte della Chiesa e in essa compiamo la nostra missione senza credere di essere migliori per essa. Sui carismi, ha detto Papa Giovanni Paolo II:

Che siano straordinari, semplici o modesti, i carismi sono sempre grazie dello Spirito Santo che hanno, direttamente o indirettamente, un’utilità ecclesiale, poiché sono ordinati all’edificazione della Chiesa, al bene degli uomini e alle necessità del mondo[10].

4. “Un eccesso di pratiche e di rigore”. I seguaci di Vincenzo de Paoli vivono una spiritualità semplice e pratica. Possiamo cadere nella tentazione – in effetti, questo è stato ed è talvolta il caso – di complicarci con vani e pii esercizi o di allontanarci dalla nostra spiritualità di servizio. La carità ci chiama ad esercitare la devozione[11] pensando sempre a come servire al meglio i poveri e proclamare il Regno. Se ci “dedichiamo” ad altri soggetti, o se ci appesantiamo con devozioni estranee al nostro carisma, con eccessivi rigori, andiamo oltre la nostra missione fondamentale.

5. “una filantropia verbale più occupata nel parlare che nell’agire”. Un proverbio spagnolo dice che una persona “passa per la bocca” quando le sue parole non sono sostenute dalle sue azioni, quando parla troppo, ma tutto si riduce a nulla. Non è così tra di noi: se la nostra testimonianza rimane solo a parole, non stiamo compiendo la nostra missione. Ce l’ha detto San Vincenzo:

Amiamo Dio, fratelli miei, amiamo Dio, ma sia a costo delle nostre braccia, sia con il sudore della fronte. Perché spesso gli atti d’amore di Dio, di indulgenza, di benevolenza, e altri simili affetti e pratiche interiori di un cuore amorevole, anche se molto buoni e desiderabili, sono tuttavia molto sospetti, quando non si raggiunge la pratica dell’amore effettivo: “Mio Padre è glorificato – dice nostro Signore – in quanto tu porti molto frutto”[12]. Dobbiamo stare molto attenti a questo proposito, perché ci sono molti che, preoccupati di avere un aspetto esteriore di compostezza e un interiore pieno di grandi sentimenti per Dio, si fermano a questo; e quando si raggiungono i fatti e si presentano le opportunità di agire, non ci riescono. Si mostrano soddisfatti della loro febbrile immaginazione, contenti delle dolci conversazioni con Dio nella preghiera, parlano quasi come angeli; ma poi, quando si tratta di lavorare per Dio, di soffrire, di mortificarsi, di istruire i poveri, di andare a cercare la pecorella smarrita[13], di desiderare che gli manchi qualcosa, di accettare la malattia o qualcosa di spiacevole, ahimè, tutto cade a pezzi e i loro spiriti li deludono. No, non illudiamoci: Totum opus nostrum in operatione consistit[14].

E questo è talmente vero che il santo apostolo dichiara che sono solo le nostre opere che ci accompagnano alla prossima vita[15]. Pensiamoci bene, soprattutto perché in questo secolo ci sono molti che sembrano essere virtuosi e lo sono davvero, ma che sono inclini a una vita tranquilla e pacifica piuttosto che a una forte e solida devozione. La Chiesa è come un grande raccolto che richiede lavoratori, ma lavoratori che lavorano. Non c’è nulla di così conforme al Vangelo da raccogliere, da un lato, luce e forza per l’anima nella preghiera, nella lettura e nel ritiro e, dall’altro, per andare poi a far partecipare gli uomini a questo nutrimento spirituale. Questo è fare ciò che ha fatto nostro Signore e, dopo di lui, i suoi apostoli; è unire l’ufficio di Marta a quello di Maria[16]; è imitare la colomba, che digerisce a metà il cibo che prende, e poi mette il resto nella bocca dei suoi piccoli per nutrirli. Questo è ciò che dobbiamo fare e come dobbiamo mostrare a Dio con le nostre azioni che lo amiamo[17].

6. “Pratiche burocratiche che ostacolerebbero la nostra marcia moltiplicando i nostri ingranaggi”. Le strutture sono necessarie e importanti, ma non possono soffocare il contatto diretto con i poveri, l’attenzione personale, il trattamento trasformativo – sia per l’assistito che per l’aiutante offerto – vicino e amorevole a chi soffre. Insomma: non siamo un ufficio burocratico, ma una famiglia di credenti che scopre e serve Gesù Cristo nei poveri.

Conclude il paragrafo con una frase che vale la pena sottolineare e riflettere: “Dio si compiace soprattutto di benedire il piccolo e l’impercettibile, l’albero nel suo seme, l’uomo nella sua culla, le opere buone nella timidezza dei loro inizi”.

Suggerimenti per la riflessione personale e il dialogo di gruppo:

  1. Possiamo rivedere i nostri atteggiamenti e le nostre azioni, personali e comunitarie, alla luce dei sei punti indicati da Federico come pericoli che possono portarci a non compiere la nostra missione.
  2. Se dovessimo riassumere in pochi punti la nostra missione e le nostre priorità come seguaci di Vincenzo, Louise, Federico, ecc… quali sarebbero?

Note:

[1] Dopo una sosta a Sens per andare a trovare i suoi amici, la coppia François Lallier e Henriette Delporte, che erano appena diventati i genitori del loro primo figlio, Henri.

[2] I libri di famiglia scritti a mano degli Ozanam sono quattro. Il primo è conservato nell’Archivio Laporte e gli altri tre nell’Archivio Ozanam.

[3] Cf. Charles-Alphonse Ozanam, Vie de Frédéric Ozanam, París: Poussielgue, 1879, p. 357.

[4] La sua fidanzata Amélie vive ancora a Lione con la sua famiglia.

[5] La Chiesa ricorda Gesù Cristo, il Buon Pastore, la quarta domenica di Pasqua. Il Vangelo proclamato nell’Eucaristia è tratto dal capitolo 10 di Giovanni: “Io sono il Buon Pastore. Il buon pastore dà la sua vita per le pecore”.

[6]  La Regola originale stabilisce (articolo 45) che “Le Assemblee generali si tengono annualmente l’8 dicembre, giorno della Concezione della Beata Vergine; la prima domenica di Quaresima; la domenica del Buon Pastore (anniversario del trasferimento delle reliquie di san Vincenzo de’ Paoli), e il 19 luglio, festa del patrono”. Oggi la Famiglia Vincenziana celebra la consegna delle reliquie di San Vincenzo il 26 aprile e la festa di San Vincenzo de’ Paoli il 27 settembre.

[7] Nella cappella della Casa Madre della Congregazione della Missione, situata al 95 di rue de Sèvres a Parigi.

La cappella che ospita il corpo del santo fu costruita sotto la Restaurazione – periodo che va dalla sconfitta di Napoleone (1814) e dalla rivoluzione del 1830 – per ricevere le reliquie di San Vincenzo de’ Paoli, trasferite nel 1830 dal vescovo di Quelén. Il corpo di Monsieur Vincent si trova sull’altare e vi si accede da una scala laterale.

[8]  Che egli chiamava “il mio Vangelo”; cfr. SVP EN IX, pag. 546.

[9] 1 Cor 12,4.

[10] Giovanni Paolo II, Christifideles Laici, § 24.

[11] Dal latino devotiones, che significa dedizione, voto.

[12] Gv 15, 8.

[13] Cf. Mt 18, 10-14.

[14] “Tutto il nostro lavoro consiste nell’azione”.

[15] Cf. Apocalisse 14, 13.

[16] Cf. Luca 10, 25-37.

[17] SVP ES XI-4, pag. 733.

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