Premessa

L’esperienza storica di Vincenzo de’ Paoli ci insegna che il coinvolgimento di donne laiche, che sono diventate protagoniste nella missione di soccorso, aiuto e promozione delle persone povere, non solo ha favorito l’aiuto ai  più deboli, ma soprattutto ha fatto nascere la cultura della solidarietà in un periodo storico caratterizzato dall’affermazione del potere del sovrano e della nobiltà. A Vincenzo va, in gran parte, il merito di quell’ondata di bontà che investì la parte più sana della società francese. È sorprendente l’ascendente conquistato da un sacerdote di così umili origini sugli strati privilegiati di un mondo così fortemente gerarchizzato. La causa del successo è da ricercare nel fatto che Vincenzo de’ Paoli rappresentava la voce del popolo che arrivava fino ai dominatori delle leve del potere, per far loro sentire il grido della miseria. Egli era la voce di coloro che non avevano voce. La sua parola traduceva i lamenti delle masse in una lingua che le classi dominanti si vantavano di conoscere: la lingua del Vangelo. I più sinceri non ebbero altra scelta che sentirsi coinvolti. 

Anche oggi è necessario ricuperare e sviluppare la cultura della solidarietà, anche attraverso il coinvolgimento di nuovi membri nei Gruppi di Volontariato Vincenziano. Oggi, come allora, è necessario far ascoltare il grido dei poveri e le istanze delle famiglie più deboli e come allora, anche nel nostro tempo, la Compagnia della Carità può diventare il grimaldello per scardinare una società sorda dinanzi alla povertà e all’esclusione sociale.

Per far spazio ad altri membri dei gruppi di Volontariato Vincenziano, mi sembra necessario partire dall’invito formulato dal Superiore Generale, P. Tomaz Mavric,  di far scoprire a tutti “la bellezza, l’attrattiva e il senso che assume la vita quando si risponde con un «sì» deciso alla chiamata di Gesù. Dobbiamo lavorare insieme per una rinnovata cultura delle vocazioni che significa un ambiente in cui tutte le persone possono scoprire e riscoprire la loro ragione di esistere su questa terra, il senso della loro vita, la missione che sono chiamate a compiere, la chiamata a cui sono invitate a rispondere. La cultura delle vocazioni mette Gesù al primo posto, indipendentemente se la vocazione sia lo stato laico o la vita consacrata”.

Anche San Vincenzo incoraggiava tutti ad avere a cuore la dimensione vocazionale della vita, incoraggiando le Dame a preoccuparsi di “chiamare” altre a seguire Cristo nella via del servizio ai poveri.

 Testi per riflettere


Un terzo mezzo per la conservazione della compagnia, è di fare in modo che essa non manchi mai di altre Dame di Pietà e di virtù. Giacche, se non ci si preoccupa di stimolare altre ad entrarvi, sarà a corto di soggetti, e, diminuendo di numero, sarà troppo debole per portare avanti dei pesi così grandi. Fu proposto, a questo scopo, che le Dame, prima di morire, preparassero, qualche tempo prima, una figlia, una sorella, o una amica, ad entrare nella Compagnia; ma può darsi che non ci si ricordi più di questo. Oh! Un buon mezzo sarebbe che ciascuna fosse persuasa dei grandi vantaggi che deriverebbero, in questo mondo e nell’altro, alle anime che esercitano le opere di misericordia spirituale e corporale in tante maniere come fate voi. Questo sarebbe utile senza dubbio a indurre altre ad unirsi a voi in questo santo esercizio della carità, in vista di questi vantaggi. Questa persuasione infervorerebbe in primo luogo voi stesse, e voi diverreste capaci di invogliare altre con le parole e con gli esempi.

San Vincenzo de’ Paoli alle Dame della Carità ( D 198)

Risultati immagini per vocazione ecclesialeLa storia interminabile della carità non è la storia di singoli profeti o di operatori isolati, ma i santi della carità sono stati grandi trascinatori di altri, poli di attrazione di innumerevoli vocazioni, capaci di contagiare in poco tempo la vita degli altri. La carità non può procedere divisa, in ordine sparso. Per la carità si esige coralità, senso del gioco di squadra, investimento comune, convergenza di forza, unità di risorse. Ma soprattutto ci è richiesto di stare con i poveri, o meglio di farli abitare presso di noi, nel senso che non può esistere una chiesa dalla doppia vita, quella dell’efficienza, delle megastrutture, dei progetti faraonici e quella che poi che da una mano agli altri, che è come una protesi innestata su un corpo che vive secondo altri criteri e altri stili. Se la carità non mette in discussione la vita della comunità e i suoi modi di annunciare, celebrare, ma soprattutto di fare chiesa, sono destinate ad essere lasciate agli specialisti del servizio.

Lascio come scheda per la discussione alcune piste:

  • Le relazioni di prossimità sono quelle della testimonianza dell’amore fraterno nella Chiesa, nella quale per prima si deve realizzare una rete di prossimità collegata con la crescita della fede e la celebrazione sacramentale. La parrocchia ha qui un ruolo fondamentale nell’essere il luogo di ospitalità, di attenzione, di vicinanza diretta, di pronto intervento, di carità spicciola…
  • Gli interventi profetici: un’altra area è quella che parte dagli ultimi, che si impegna a non dimenticare di aiutare il vicino, aspettando che il suo disagio sia superato solo riformando la società. Così in attesa della giustizia non può mancare l’intervento diretto della carità, senza che ciò diventi in alcun modo un alibi per la giustizia sociale. Possiamo fare alcuni esempi:
  • il tema del volontariato che può oscillare dalle forme più spicciole e immediate del dono del proprio tempo e delle proprie capacità (per un compito determinato) alle forme più complesse dove è richiesta anche professionalità e specializzazione. È necessario evitare a mio giudizio due pericoli: quello dell’assaggio e improvvisazione e quello della concorrenza che riproduce le strutture parallelamente ad altre. I cristiani invece dovrebbero essere sempre attestati sugli avamposti della carità, disposti a lasciarli quando altri entrassero con forme più strutturate (quindi si tratta di creare forme agili di intervento, attenzione ai nuovi bisogni, ecc);
  • inoltre bisogna riprendere forme più complesse della carità, che non tamponano il male solo a valle, ma che cercano di rimuoverlo alla radice. Penso al grande campo dell’educazione dei minori in generale (il grande compito educativo della Chiesa nella scuola) e di quelli in stato di difficoltà. A volte questo ambito appare oggi dimenticato perché il volontariato si è indirizzato a forme più vistose e immediate.
  • Il discernimento spirituale-pastorale, cioè quel vasto complesso di iniziative culturali e sociali che mirano a modificare e a far crescere il costume e la mentalità, che intendono plasmare i processi della coscienza, in modo tale che i valori comuni siano in qualche modo lievitati dall’incontro con la visione cristiana dell’uomo. Qui l’intervento della missione della Chiesa non potrà limitarsi alla formulazione di principi generalissimi di antropologia cristiana, ma dovrà arrischiare un discernimento concreto delle situazioni, cercando di mostrare la rilevanza umana del messaggio cristiano, in particolare nell’ambito sociale e politico.

Mons. Franco Giulio Brambilla

   In gruppo

  1. Come i santi, siamo chiamati ad essere poli di attrazioni di nuove vocazioni al Volontariato. Sperimenta come collegare la rete di prossimità del tuo Gruppo di Volontariato con la vita della Comunità (Parrocchiale, cittadina) che crede e celebra.
  2. Non può esistere la Comunità del Volontariato Vincenziano dalla doppia vita: non si può innestare la mano che aiuta i poveri in un organismo del lusso e delle megastrutture. Verificate in gruppo la coerenza della vostra vita quotidiana, con la scelta di prossimità con i poveri.
  3. Costruite insieme alla Comunità (Parrocchiale, cittadina, etc) un complesso di iniziative culturali e sociali al fine di promuovere la crescita dei valori della solidarietà e della carità cristiana.

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