La colpa di Padre Morosini fu quella di non aver rispettato la legge vigente, contraria ai suoi principi evangelici di amore verso l’umanità, e di aver partecipato alla Resistenza contro il nazifascismo

Il 16 ottobre 2018 cade il 75mo anniversario del rastrellamento degli ebrei romani nel Ghetto da parte dei nazisti che occupavano la capitale. Le SS alle 5 del mattino di una giornata di festa per la Comunità ebraica (era un sabato), circondarono la zona attorno al Tempio Maggiore ed invasero le strade del Portico d’Ottavia, trascinando via oltre mille persone, e più di 200 erano bambine e bambini. Due giorni dopo tutti sarebbero stati caricati alla stazione Tiburtina su diciotto vagoni piombati e inviati ad Auschwitz. Tornarono solo in 16.

Da questa pagina tragica della storia romana e nazionale vorrei partire per ricordare Padre Giuseppe Morosini, un prete che ha vissuto a Roma per pochi anni e con discontinuità, ma ha avuto il coraggio di morirvi fucilato. La sua colpa fu quella di non aver rispettato la legge vigente, contraria ai suoi principi evangelici di amore verso l’umanità, e di aver partecipato alla Resistenza contro il nazifascismo, spinto anche dall’orrore per la sorte degli ebrei romani. La sua memoria merita di restare viva per ricordarci un tempo drammatico in cui si fu chiamati a scegliere tra la difesa dell’umanità ed il rispetto di una legge inumana.

Morosini era nato nel 1913 a Ferentino, in provincia di Frosinone. Sin da giovane aveva partecipato alle attività della gioventù cattolica. Lì frequentò come esterno il ginnasio del seminario e poi entrò nel noviziato Congregazione della Missione, fondata da san Vincenzo de’ Paoli. Per studio dal 1930 al 1932 visse a Roma, allievo del Collegio Apostolico Leoniano, nel rione Prati; poi fu per qualche anno a Piacenza allievo del Collegio Alberoni. Tornato a Roma per il completamento degli studi fu ordinato da monsignor Luigi Traglia (da poco Vicegerente della diocesi di Roma) in San Giovanni in Laterano il 27 marzo 1937. L’allora 24enne si dedicò da principio alla pastorale giovanile in una scuola romana, coltivando parallelamente la passione per la musica sacra, e componendo alcuni brani. Di nuovo a Piacenza nel 1939, nel 1942 chiese di poter partire cappellano militare per restare vicino coi giovani inviati alla guerra, e si trovò tra le truppe a Spalato durante l’occupazione italiana di parte della Jugoslavia.

Dopo una breve parentesi pastorale nelle montagne tra Lazio e Abruzzo, a partire dall’estate del 1943 legò indissolubilmente la sua vita alla diocesi di Roma. Fu richiamato nella Capitale dopo il bombardamento del 19 luglio per dirigere un improvvisato rifugio per bambini senza tetto o rimasti orfani, a due passi da Piazza Mazzini, nella scuola Pistelli.  Dopo l’occupazione tedesca di Roma entrò in contatto con alcuni settori della Resistenza romana. Inizialmente si occupò dell’assistenza spirituale e di accogliere feriti e militari ricercati nel Collegio Leoniano, dove permise anche di nascondere delle armi. Fece fabbricare e distribuire tessere annonarie e carte d’identità false per sostenere i ricercati dalle SS nel loro sforzo di sopravvivenza. Ma si occupò anche di far giungere ai comandi alleati, attraverso la Resistenza, informazioni sulla situazione dell’esercito tedesco nel territorio a nord della linea Gustav, sfruttando la sua libertà di movimento tra Roma e il frusinate. In questa opera fu aiutato anche da un suo nipote, all’epoca universitario, Virgilio Reali. E proprio il nipote ha testimoniato di come Morosini, sconvolto per quello che la comunità ebraica era costretta a subire, si sia adoperato per salvare alcuni ebrei che, dopo il 16 ottobre 1943, si erano rifugiati nella chiesa di Santa Maria in Campitelli. Grazie alla complicità di alcuni dirigenti della polizia, gli uomini validi furono affidati alla formazione partigiana con cui Morosini aveva collaborato, mentre gli altri furono trasferiti e nascosti nel Collegio Leoniano.

Il 4 gennaio 1944 don Morosini cadde nella trappola tesa da due italiani collaboratori dei nazisti. Fu arrestato davanti al Leoniano mentre aveva con sé delle armi che un panettiere che faceva il doppio gioco – Dante Bruna –  gli aveva venduto. Assieme a Morosini fu arrestato Marcello Bucchi, uno dei giovani che nel 1937 aveva conosciuto nella sua azione pastorale tra i banchi di scuola. Iniziò così il calvario di don Giuseppe: mesi di interrogatori e violenze. Sandro Pertini, che nello stesso periodo fu detenuto nel Carcere di Regina Coeli, ha raccontato: «Incontrai un mattino Padre Morosini. Usciva da un “interrogatorio” delle SS. Il volto tumefatto grondava sangue. Come Cristo dopo la flagellazione. Con le lacrime agli occhi gli espressi la mia solidarietà. Egli si sforzò di sorridermi e le labbra gli sanguinarono. Nei suoi occhi brillava una luce viva. La luce della sua fede».

A Regina Coeli non gli fu mai consentito di celebrare Messa, ma i detenuti delle celle vicine lo sentivano recitare il rosario ad alta voce, in modo che tanti ascoltassero e fossero consolati. Il 22 febbraio del 1944 fu processato dal tribunale tedesco insieme all’amico Marcello Bucchi (ucciso poi alle Fosse Ardeatine). Morosini, che scelse di non collaborare con le autorità occupanti, fu condannato a morte, e nonostante i tentativi della Santa Sede per ottenere la grazia, la sentenza fu eseguita per diretta volontà di Berlino, che era stata consultata.

La mattina dell’esecuzione, il 3 aprile 1944, gli fu concesso di dire l’ultima Messa assieme al cappellano del carcere, don Cosimo Bonaldi. Poi fu condotto a Forte Bravetta, accompagnato dal cappellano e dal Vicegerente Traglia. Al momento di far fuoco molti dei componenti del plotone di esecuzione spararono lontano dal corpo del sacerdote. Dovette intervenire l’ufficiale che lo uccise con due colpi alla nuca e il colpo di grazia. Padre Giuseppe aveva da poco compiuto 31 anni. La scena è immortalata nel finale del film Roma città aperta, di Roberto Rossellini, che si ispirò alla storia di Padre Morosini e a quella di don Pietro Pappagallo. Nel 1954 le spoglie di Padre Giuseppe furono riportate a Ferentino e riposano nella chiesa di Sant’Ippolito.


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