Deuteronomio 8,2-3.14-16
Salmo 147
1Corinzi 10,16-17
Giovanni 6,51-58

Nota storica

L’origine di questa solennità risale al 1100 nella parte del Belgio di lingua francese, con capitale Liegi. In quel secolo erano avvenute le rivelazioni della Beata Giuliana di Rètine, priora del monastero di Monte Cornelio, presso Liegi (1193 – 1258), in cui si dice che Dio le aveva comandato d’istituire una solennità in onore del SS. Sacramento. La festa fu istituita nella diocesi di Liegi nel 1246 e, nel 1252, in tutte le diocesi del Belgio.
Inoltre, dopo il miracolo eucaristico di Bolsena, il papa istituiva la celebrazione della suddetta solennità per tutta la Chiesa e, per la prima volta, la celebrò ad Orvieto il 19 giugno 1264.
È importante ricordare che, nel secondo millennio, ci si era ormai allontanati dalle fonti antiche di liturgia. Infatti dopo che Carlo Magno aveva proibito di continuare a tradurre i libri liturgici (Messale, Lezionario e Rituali) nelle lingue parlate dal popolo, come si era fatto fino ad allora (dall’ebraico al greco al latino), la liturgia divenne un cerimoniale riservato al solo clero che si esprimeva in latino, che era la lingua dei soli dotti. La comunione era ridotta a “premio” per i buoni e non si riceveva durante la messa. Ecco la necessità di “adorare” l’eucaristia che non si mangiava ormai se non raramente.

Lectio

Il brano tratto dal libro del Deuteronomio fa comprendere come la fede sia un’esperienza e non un credere astratto ai dei dogmi. Infatti l’autore narra l’esperienza che il popolo fece di Dio durante l’esodo dall’Egitto.
Le altre due letture sottolineano come l’eucaristia sia “cibo” e per questo deve essere consumato. Consumato dalla Chiesa e non dal singolo. Qui si coglie l’importanza dell’Eucaristia come celebrazione di Chiesa e non come assoluzione di un precetto da parte del singolo.

Meditatio

Oggi ci sarebbe molto da dire su questa solennità. Il pericolo è quello di soffermarsi sulla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, mentre è fondamentale fare una riflessione sulla teologia liturgica della celebrazione.
Quando una persona si reca a celebrare l’eucaristia domenicale, da questa può ricavarne, almeno per un 70%, la vita della comunità che celebra o assiste alla Messa. Affermo questo perché la maggior parte delle persone che frequentano una parrocchia la troviamo alle messe domenicali.
Dal Triduo Pasquale in poi, quest’anno ho avuto la fortuna di prestare servizio nella comunità parrocchiale di san Francesco d’Assisi a Marina di Cerveteri (Roma) nella diocesi di Porto – Santa Rufina. Vi dirò che, al termine della celebrazione del Triduo Pasquale, ho fatto i complimenti a quella comunità parrocchiale.
Come si celebra la liturgia in questa parrocchia? In primo luogo risalta l’ordine e la pulizia, sia in sacrestia che in chiesa e, soprattutto in presbiterio. Tutto è predisposto: i commentatori, coloro che animano il canto, i lettori, coloro che prestano servizio: cerimoniere, accoliti (persone adulte formate e non quei devoti adulti che poi, quando sono all’altare non sanno dove mettere le mani perché nessuno li ha formati), ministri straordinari e chierichetti. Tutti con i loro camici lavati e stirati.
La celebrazione si svolge con ordine e partecipazione. Si che non si tratta di un’assemblea formata, e non di una accozzaglia di gente che si muove tra i banchi a proprio piacimento, che parla con il vicino, durante una celebrazione è “presieduta” da un prete disordinato, che ha come sua prima preoccupazione di non soffrire il caldo d’estate, per cui i paramenti diventano “facoltativi” e sulla mensa c’è di tutto e di più; il lezionario è sostituito dai foglietti, si legge come si può e, anche se il servizio non c’è o non è coordinato, basta che la gente “prenda la Messa”….ma in quella parrocchia che ho lodato ci sono famiglie, giovani, si vede che il prete non è al centro ma è coordinatore. Certo, i problemi sono dappertutto. L’importante è aiutare le persone “problematiche”: quelle gelose; quelle che hanno il senso d’inferiorità; quelle che si appropriano di un servizio e di un luogo si ritenendosi indispensabili; quelle che hanno problemi di coppia e fanno pagare agli altri le loro frustrazioni, a crescere e non ad credersi protagonisti. Nelle parrocchie c’è tutto questo. L’importante è saperlo gestire come chiesa. Credo che una comunità parrocchiale che non ha un gruppo famiglie tra i 30 e i 60 anni come asse portante, sia oggi un museo o un supermercato e sia destinata a scomparire. Perché ridotta una macchina di culto a basso prezzo. Di conseguenza ragazzi e giovani vi rimarranno in rapporto alla cresima. Al contrario faranno un’esperienza fondamentale nella loro vita di come si vive il battesimo, se potranno avere la testimonianza dei loro genitori all’interno di una comunità parrocchiale. Oggi il tempo in cui viviamo non concede alternative a chi sbaglia su questo punto. Per celebrare con senso questa solennità, cerchiamo di fare una “sana” autocritica sulla nostra comunità parrocchiale. Altrimenti faremo le solite cose che lasceranno il tempo che troveranno.
Pensate, quando la comunità parrocchiale di Marina di Cerveteri ha scoperto che sono un liturgista, mi ha chiesto un incontro per perfezionare le proprie celebrazioni. Ho pensato: «Guarda, chi fa bene chiede di fare ancora meglio, invece chi non sa fare ha l’arroganza di saper fare e non chiede, oppure si industria per distruggere il bene compiuto….».
Buona domenica.