XXV Domenica del Tempo Ordinario B

da | Set 21, 2012 | La Parola per la Chiesa | 0 commenti

XXV Domenica del Tempo Ordinario B

Di p. Giorgio Bontempi c.m.

Sapienza 2,12 – 20

Dal Salmo 53

Giacomo 3,16 – 4,3

Marco9,30 – 32

 

 

Lectio

Nel popolo ebraico, ai tempi di Gesù, donne e bambini non erano considerati “persone”, per questo non godevano di alcun diritto. Questo è il motivo per cui Gesù prende un bambino e lo pone nel mezzo della comunità: l’ultimo deve essere il primo! Questa dovrà essere una delle differenze fondamentali tra il popolo d’Israele e il nuovo popolo di Dio: la comunità cristiana.

Il vangelo pone in evidenza il lungo cammino che i discepoli dovranno compiere per assimilare il pensiero di Cristo. Infatti questi avevano, del Messia atteso, ancora l’opinione comune che circolava all’interno d’Israele: il Messia dovrà nascere da una famiglia nobile o da una famiglia di ricchi mercanti. Il Messia radunerà un forte esercito e, con l’aiuto del Dio dei Patriarchi (Abramo – Isacco e Giacobbe), scenderà in campo contro Roma, la sconfiggerà e condurrà tutti i popoli della terra alla fede d’Israele. Si capisce bene perché gli apostoli erano preoccupati di chi fosse stato, tra di loro, chiamato dal Signore, ad occupare il primo posto nel “regno” che il Messia costituirà con il suo esercito.

Ora comprendiamo anche lo sconcerto che i discepoli hanno avuto, quando Gesù ha annunciato la sua passione, che avrebbe dovuto patire a causa dell’odio che i capi del popolo nutrivano nei suoi riguardi.

Gesù incarna il giusto di cui parla la prima lettura.

 

Meditatio

La figura del servo di Yahvè, incarnata da Gesù è di sconforto ancora oggi. La visione ebraica del Messia che gli apostoli avevano prima dell’incontro con il Risorto, è ancora presente oggi in alcune frange integraliste all’interno della Chiesa.

Infatti, per questi cristiani è inconcepibile il dialogo, con le persone che non professano la nostra fede, un dialogo alla pari, senza alcun timore. Infatti noi annunciamo un Dio che serve, non un dio che domina; noi annunciamo l’Abbà, non il dio della giustizia infinita; noi annunciamo il Dio amore.

Il giusto di cui parla il libro della Sapienza è Gesù che ci presenta il Dio amore.

Ogni integralismo, anche quello cattolico, combatte con tutte le sue forze il Dio amore, in favore del Dio giudice, anche se ha continuamente in bocca il nome di Cristo ([….] no chi dice Signore, Signore entrerà nel Reno dei cieli, ma…).

La seconda lettura mette in guardia dalle divisioni, che sono provocate nelle comunità cristiane dall’integralismo che, sottolinea sempre l’unità, ma come omologazione al suo pensiero, non come unità nella diversità dei carismi: questa la impedisce, per cui non c’è la sapienza che è la presenza di Dio.

Tale Sapienza che è assente in coloro che cercano, in ogni maniera, di offuscare la fama del giusto: lo vediamo e lo abbiamo visto con la figura di Carlo Maria Martini.

Di lui possiamo dire che era un giusto di cui parla la prima lettura. Contro di lui si sono scatenati coloro che si sentono rimproverati per l’educazione da loro ricevuta.

Sono coloro che si servono di tutto e di tutti, per squalificare Martini, che si servono della Chiesa – che per loro è la gerarchia, o meglio il papa! – non tenendo conto che c’è stato il Vaticano. Ma anche qui, gerarchia e papa, se affermano ciò che loro intendono e….questo non è servire la Chiesa, ma servirsi della Chiesa.

 

Buona domenica.

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