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Pakistan: condannata a morte per un sorso d’acqua, la storia di Asia Bibi

Adnkronos, 15 giugno 2011

“In carcere i giorni e le notti sono uguali. Non so più dire cosa provo. Paura, questo è sicuro…

…ma non mi opprime più come all’inizio. I primi giorni arrivava a farmi battere un tamburo in petto. Ora si è un po’ calmata. Non è più un soprassalto continuo”. Firmato Asia Bibi, la pakistana cattolica imprigionata e condannata a morte per aver bevuto da un pozzo per sole musulmane. Con il titolo ‘Blasfemà, che è anche il capo d’imputazione della protagonista, esce in italiano la sua biografia, raccolta segretamente dalla giornalista francese Anne-Isabelle Tollet.
L’Avvenire ne pubblica un brano. “Prima di tutta questa storia – racconta la donna, una contadina analfabeta madre di 5 figli – ero felice con i miei, laggiù a Ittan Wali. Oggi sono come tutti i condannati per blasfemia del Pakistan. Che siano colpevoli o no, la loro vita viene stravolta. Nel migliore dei casi stroncata dagli anni di carcere. Ma il più delle volte chi è condannato per l’oltraggio supremo, che sia cristiano, indù o musulmano, viene ucciso in cella da un compagno di prigionia o da un secondino”.
“In questo momento – racconta Asia Bibi, in carcere ormai da 2 anni – mi rammarico di non saper né leggere né scrivere. Solo ora mi rendo conto di quale enorme ostacolo sia. Se sapessi leggere, oggi forse non mi ritroverei chiusa qui dentro. Sarei senz’altro riuscita a controllare meglio gli eventi. Invece li ho subiti, e li sto subendo tuttora. Secondo i giornalisti, 10 mln di pakistani sarebbero pronti ad uccidermi con le loro mani”.

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