Due Figlie della Carità esemplari: suor Carla Molinari e suor Teresa Chiapponi

da | Gen 27, 2011 | Chiesa, Ministero pastorale, Notizie sulla Famiglia Vincenziana, Spiritualita' vincenziana | 0 commenti

Di seguito potete leggere i profili di due vite esemplari.

di P. G. Bontempi

Sr CARLA MOLINARI FdC

(1941-1993)

LA PASSIONE PER CRISTO E PER I GIOVANI

(Don Giancarlo Conte “Piccoli Santi della Chiesa Piacentina” Ed. Berti – PC)

Biografia

Nasce nel 1941 a Celleri di Carpaneto in una famiglia di modesti contadini con cinque figli. La tranquilla vita di campagna dona alla piccola Carla quegli atteggiamenti di meraviglia, stupore e contemplazione che caratterizzeranno la sua vita, come pure l’apertura ai grandi ideali. Nel diario parla dei suoi primi sedici anni segnati dalla felicità: “Ero felice ed è tutto … ringrazio il Signore di avermi donato la gioia di vivere … mi sento felice, amo la naia vita di sem¬plice contadinella”. Poi però accade un dramma: per inci¬dente sul lavoro muore il fratello Giulio. È un’esperienza terribile, la felicità lascia il posto ad un atroce dolore, ad una ferita che stenta a chiudersi. Scrive: “Giorno terribil¬mente brutto quello della sepoltura, quando, con il cuore straziato dal dolore e con le lacrime che scendevano a ri¬garmi il viso, potei baciare per l’ultima volta la cassa ove egli riposava … Aveva solo ventitre anni, era bello, sano e robusto, allegro e benvoluto da tutti”. A tre mesi di distanza constata che “più i giorni passano, più il dolore cresce” e rimpiange gli anni felici.

Ma col tempo sul suo volto torna luminoso il sorriso che lascia trasparire l’intima gioia che cerca di comunicare a tutti, specialmente alle amiche con le quali condivide atti¬vamente la vita parrocchiale nel servizio alle bimbe più pic¬cole. L’Azione Cattolica le offre tante opportunità per la sua formazione, in particolare con gli esercizi spirituali, che vive come momenti di gioiosa comunicazione con Dio e contemplazione del creato. È aggregata pure alle Figlie di Maria, spiritualmente guidate da Padre Persili del Collegio Alberoni, che Carla sceglie come Direttore spirituale. L’ap¬partenenza a questa associazione le consente nel 1960 un pellegrinaggio a Parigi sulla tomba di S. Vincenzo. Ed è lì probabilmente – in quella cappella – che intuisce la sua vo¬cazione religiosa.

Nel 1965, a ventiquattro anni, decide infatti di entrare tra le Figlie della Carità, le suore di S. Vincenzo. La famiglia, dalla fede profonda, non contrasta la sua vocazione, anzi il fratello Ersilio – per favorirla – lascia il suo lavoro e torna a Celleri per aiutare il padre nella vigna. Il papà commenta: “La più bella se l’è presa il Signore”. Due anni dopo veste l’abito nella casa provinciale delle suore a Siena. Prosegue gli studi e si prepara alla maturità magistrale conseguendo il diploma che le dà la possibilità di svolgere in diverse case la missione di insegnante elementare. Nel 1979 diventa anche Superiora, carica che conserverà fino al 1985, quando sarà chiamata a Siena come responsabile della Pastorale Giovanile e Vocazionale delle Figlie della Carità. In questo servizio – che porta avanti con entusiasmo e passione per otto anni fino alla morte – rivela appieno il suo grande zelo apostolico.
2. Forte spiritualità e generoso apostolato.

Suor Carla possiede una fede limpida e solida, che dà senso alla sua vita; fede che si esprime in un grande abban¬dono in Dio e nella accettazione della sua volontà. Leg¬giamo nel diario: “Talvolta il Signore si compiace di mandarmi ancora qualche ora serena, specialmente quando mi accosto all’altare per ricevere il bacio di Gesù”. La sua spiritualità è profondamente mariana, certamente coltivata nel tempo dall’appartenenza alle Figlie di Maria. È questa sua fede forte che imprime quel dinamismo particolare al suo apostolato nel mondo giovanile e al servizio ai poveri. Il motto delle Figlie della Carità è “Caritas Christi urget nos”. Con un tocco tutto suo, Suor Carla lo traduce così:

“La Carità di Cristo stimola, ma spesso lo zelo per il bene dei poveri… ci scaraventa!”.

Da maestra elementare per quattordici anni si dedica totalmente ai bambini: si trova bene con loro e quando sarà chiamata ad altro ministero le rimarrà una profonda nostal¬gia per l’innocenza dei piccoli. Ma una volta chiamata a la¬vorare tra i giovani è con la stessa ardente passione che si dedica ai loro problemi e ideali. Scrive: “Il Signore ha messo le ali ai miei piedi, anzi … al mio cuore!” Coraggio¬samente propone ai giovani cose grandi, esortandoli a volare alto, a darsi totalmente al Signore “perché Lui non si lascia vincere in generosità e dona in abbondanza a chi sa dire sì al suo progetto d’amore”. La formazione dei giovani – sullo stile di don Bosco – è ciò che le sta più a cuore: campi¬scuola e momenti d’incontro anche a tu per tu, per coltivare rapporti costruttivi e personali. Consapevole che “non è fa¬cile la vita cristiana per i giovani di oggi, perché viviamo in un tempo ritornato pagano”, li esorta a liberarsi dalla za¬vorra per camminare in libertà verso il regno: “Non pos¬siamo salire sul Monte Bianco con. .. televisori, frigofero, consumismo!” Insiste sulla preghiera e fa proposte serie e impegnative come le giornate di spiritualità. Il bene che vuole ai giovani la fa essere ad essi vicina nei momenti de¬licati delle scelte. E i giovani contraccambiano tante pre¬mure comunicandole problemi e gioiose scoperte. Dopo la sua morte non si contano le testimonianze scritte di quanto manchi loro.
Gli anni della malattia

Nel 1988 comincia la via Crucis di Suor Carla: i cinque ri¬coveri in pochi mesi dicono della precarietà della sua salute. Ma è nel 1992 che si manifesta fulmineo e terribile il carci¬noma renale che la porterà alla tomba. Un capitolo speciale meriterebbe la sua capacità di soffrire in quei mesi di calva¬rio. I giovani le sono vicini e scrivono: “Sei preziosa per noi… Ritorna presto … Abbiamo bisogno di te … Sei sempre nelle nostre preghiere, sei un punto di riferimento fisso e si¬curo … Vorrei che il mondo fosse pieno di persone come te”.

Forse Suor Carla fin dall’inizio è a conoscenza del suo male, ma solo alla fine dirà: “Non chiedo di guarire, né di morire”. E conierà una frase quanto mai significativa:

“Sono i vivi che chiudono gli occhi ai morti, ma sono i morti che aprono gli occhi ai vivi”.

Una sola volta il pensiero dei giovani le fa desiderare la guarigione. A una suora che l’assiste dice: “Ti prego la¬sciami piangere”. La suora l’abbraccia e la lascia piangere, anzi piangono insieme. Una settimana prima di morire si celebra la Messa nella sua cameretta d’ospedale. Ricevuta la comunione, con un filo di voce vuole dire grazie a tutti:

“Sono qui rappresentati tutti i miei amori: la famiglia, la parrocchia, i giovani, la comunità; come posso non essere riconoscente al Signore?”.

Le ultime cure e la morte la riconducono nella sua terra. Il funerale a Celleri – 25 aprile 1993 – è definito un “trionfo”: un centinaio di suore, quindici preti, gruppi gio¬vanili da diverse città e l’intero popolo di Celleri e dintorni: tutti uniti in riconoscente preghiera intorno a questa piccola santa. Un bel ricordo le dedica il “Nuovo Giornale” nel¬l’edizione dell’8 maggio 1993.

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Sr. TERESA CHIAPPONI FdC

(1884-1971)
APOSTOLA DEI CIECHI

(Don Giancarlo Conte “Piccoli Santi della Chiesa Piacentina” Ed. Berti – PC)

1. BIOGRAFIA

È una piccola Suora originaria della nostra Diocesi – della Congregazione delle Figlie della Carità di san Vincenzo de Paoli – che è ricordata solo per un fatto straordinario: l’aver salvato dalla disperazione e indirizzato a Gesù, affidandolo a Don Orione santo, un giovane diventato cieco a 12 anni in se¬guito a un tragico gioco (un suo compagno – maneggiando imprudentemente un fucile da caccia – gli scaricò un colpo il pieno volto) e che diventerà eremita e santo: “Frate Ave Maria di cui è in corso la causa di beatificazione (è già “Venerabile”)

Scarsissime le notizie biografiche di questa Suora. Nasce a Pianello nel 1884. A 18 anni entra in noviziato al termine del quale è destinata – dal 1903 al 1916 – in varie case della Sardegna tra cui Jglesias e Cagliari, per assistere i ciechi. Nel 1916 è inviata a Genova ove rimane per 20 anni, poi due anni a Carrara, infine a Torino nell’Istituto Ciechi per 33 anni consecutivi, fino alla morte nel 1971, a 87 anni di età. Suora per 69 anni e coi ciechi per 64 anni. Null’altro risulta dall’ archivio della Congregazione a Torino. Restano di lei le brevi lettere scritte a Frate Ave Maria, pochi biglietti ai fa¬miliari e ingenue preghiere che lasciano trasparire la sem¬plicità interiore e la sua umiltà. Se non ci fosse stato l’incontro con il ragazzo che diventerà Frate Ave Maria, di lei nessuno sulla terra avrebbe parlato, perché la sua santità era vissuta in totale umiltà e silenzio. Sono le lettere e altri scritti di frate Ave Maria che parlano della santità di Suor Teresa. È toccato a lei – già silenziosamente avviata alla santità – convertire un futuro santo, il quale intratteneva con lei un frequente spirituale dialogo epistolare.

2. L’INCONTRO CON IL FUTURO “FRATE AVE MARIA”

Ecco come avvenne l’incontro tra la Suora e il futuro Frate.

Ave Maria, secondo quanto raccontato dall’interessato stesso in una conversazione registrata con il compianto don Luigi Molinari, ex parroco di Pianello, avvenuta il 19-20 agosto 1963 nell’eremo di S. Alberto di Butrio (PV). “È stata Suor Teresa che mi ha affidato a Don Orione. Io sono qui in questo eremo, cieco e felice. Lo devo a Don Orione e a Suor Teresa. Se io ho conosciuto Don Orione lo devo solo a Suor Teresa che è sempre stata coi ciechi. L’ho conosciuta durante la guerra del “15-18”, era appena arrivata a Ge¬nova dall’Istituto dei Ciechi di Cagliari. Io allora non ero religiosamente buono ma ribellato per essere cieco. La Suora mi vedeva sempre cupo e mi ha animato assai; mi ha esortato a pregare. Io non gli volevo dare retta anche per¬ché era una donna e a me non piaceva farmi menare per il naso da una donna. A Genova non ci stavo volentieri e Suor Teresa cominciò a parlarmi di Don Orione dicendo che era un buon sacerdote secondo il cuore di Dio, che accoglieva i ragazzi anche quelli ciechi e che era disposto ad acco¬gliermi.

Suor Teresa voleva tanto bene ai ciechi e si interessava di tutto quello che riguardava i ciechi. Per me è una santa anche se all’inizio vedendomela sempre d’intorno avevo perso la pazienza e le ho detto: o lei è una pazza o lei è una santa! Proprio così, mi sembrava una pazza tutta occupata in Dio, tutte le cose .fatte per Dio… Perché indaffararsi tanto intorno a me che non volevo saperne niente: “è una pazza, una esaltata o forse una santa”. Poi col tempo ve¬dendo come trattava bene tutti i ciechi, come fosse la loro mamma, questo fare del bene anche corporalmente pur di arrivare all’anima ho capito che non era pazza. Allora Suor Teresa era ancora giovane, tutta piena di santo ardore… È stata lei a mettermi giudizio anche se io mi ribellavo e le rispondevo male, ma lei tutto sopportava e non voleva che noi già ciechi nel corpo rimanessimo “ciechi anche nel¬l’anima”. Ci amava molto, ci veniva dietro, ci parlava al cuore”.

Quando il giovane voleva scrivere ai familiari e agli amici, Suor Teresa – che di giorno era sovraffatta dal duro lavoro di assistenza totale ai ciechi – alla sera, mentre tutti anda¬vano a dormire – continua Frate Ave Maria – “si fermava, copiava a macchina le mie lettere scritte col sistema Brail e poi le mandava agli indirizzi indicati. E ci metteva anche il francobollo !…”

Il dialogo spirituale tra Suor Teresa e frate Ave Maria dura fino alla morte del “cieco felice” (1964). L’eremita santo le dedica lettere tanto fiduciose quanto sincere di alta spiri¬tualità. Le rivela l’anima nei sentimenti più segreti, facendo intravedere gli sforzi di virtù per una conversione crescente per la scoperta di verità sempre nuove fino a capire l’es¬senziale; imparare ad amare in modo eroico pur nella con¬dizione di cieco. Quando parla di lui Suor Teresa dice: “il mistico, l’asceta, il mio Santo”.

Se don Luigi Molinari non avesse fatto e registrato quel dialogo con Frate Ave Maria, nessuno avrebbe saputo della santità di Suor Teresa che con la sua paziente umiltà e “quel suo martellamento spirituale ha convertito il mio cuore che da duro come macigno è diventato tenero come il burro”.

La piccola Suor Teresa ha dunque avuto da Dio la grande missione di convertire un santo che a sua volta testimonia della santità di questa donna tenace e tutta di Dio. Da quanto detto si percepisce come la vita santa di Suor Teresa sia in¬trecciata con quella dell’altro santo, Frate Ave Maria, testi¬mone fedele di una piccola santità ignota al mondo ma luminosa davanti a Dio.

Da ultimo riportiamo brevi tratti degli scritti di Suor Te¬resa a familiari e consorelle o ai ciechi conosciuti nelle altre Case: “Dio vi benedica e che tutti ci uniamo nel Santo Pa¬radiso, per questo prego, che la grazia trionfi sulle pas¬sioni….Presso il Sacro Altare non si spegne mai la lampada della preghiera secondo le intenzioni dei miei cari che sem¬pre ricordo… In questa solenne circostanza diamo a Gesù prova di amore, unendoci a Lui nella santa Comunione. E io, per voi tutti, ai piedi del Santo Tabernacolo, depongo le mie preghiere… Tutti vi porto nel cuore e presento i vostri crucci, i vostri pensieri a Gesù benedetto. La preghiera è la mia ricchezza e la mia forza…Vi porto nel cuore ogni qualvolta mi trovo in Chiesa. Io non ho più in terra nessun desiderio, se non quello di amare il buon Dio, e fare in tutto la Sua santa volontà. …Una preghiera perché un giorno possiamo trovarci tutti insieme nei tabernacoli eterni del cielo…

Si firmava così: “Suor Teresa, figlia della carità. Grande mia gloria, serva dei poveri”.

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