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Giustizia: progetto per confronto tra autori e vittime del reato

da | Mar 25, 2010 | Carcere, Giustizia e Legalità, Politiche sociali, Progetti in collaborazione, Storia e cronaca, Volontariato | 0 commenti

di Stefania La Malfa

Detenuti che si mettono nei panni delle vittime e vittime che si mettono nei panni dei detenuti. E dal confronto nasce la “redenzione” dell’autore del reato e il superamento del trauma da parte di chi l’ha subito. È questo l’obiettivo del progetto “Sicomoro”, un’iniziativa di giustizia riparativa già sperimentata all’estero con successo e che arriva ora anche in Italia.

Il progetto è realizzato dall’associazione cristiana “Rinnovamento nello Spirito Santo”, che si occupa dei detenuti e delle loro famiglie, in federazione con l’associazione “Prison Fellowship International”, il più grande network cristiano impegnato nel mondo carcerario. È nata così la “Prison Fellowship Italia Onlus” e il progetto di incontro tra detenuti e vittime. E sulla giustizia riparativa, il 25 e 26 marzo, si terrà a Nisida un convegno con l’avvocato Stefano Perica, consulente giuridico della Prison Italia e incaricato di studiare questo tema. Marcella Reni, presidente della Prison Fellowship Italia e direttore generale di Rinnovamento nello Spirito, sceglie Affaritaliani per spiegare il progetto.

Di che cosa si tratta in concreto?
“Le carceri italiane aprono le porte alle vittime per un confronto con chi sta scontando una pena. L’obiettivo è, per i detenuti, quello di far prendere loro coscienza del reato e del danno causato, e per le vittime quello di far superare il trauma subito e realizzare così una sorta di giustizia riparativa”.

Dove partirà il progetto?
“A giorni il progetto sarà avviato a Velletri con cinque persone, poi a Reggio Calabria con altre 3 e in futuro anche a Milano. Abbiamo già formato 100 volontari che parteciperanno agli incontri tra detenuti e vittime. Si tratta di un percorso di 8 settimane durante il quale ai detenuti viene prima chiesto di riconoscere il reato commesso e poi di mettersi nei panni della vittima. E viceversa, anche alle vittime viene chiesto di mettersi nei panni dei detenuti”.

Come sono selezionati detenuti e le vittime?
“Naturalmente è tutto su base volontaria. Abbiamo deciso di escludere i detenuti che hanno commesso reati sessuali anche se all’estero il percorso riabilitativo è stato applicato pure a questi casi. La controparte è invece selezionata nelle parrocchie o nelle associazioni delle vittime”.

Questo percorso a cosa porta?
“Questo progetto è già stato sperimentato con successo all’estero, in molti paesi tra cui il Ruanda, la Colombia, la Nuova Zelanda, il Galles. Il risultato è stato che i detenuti arrivano a prendere coscienza di quello che hanno commesso e in alcuni casi anche a chiedere perdono alle vittime. Inoltre la recidiva è ridotta del 90%. E chi ha subito un reato riesce a superare il trauma, anche a distanza di anni. E non è necessario che le vittime incontrino proprio gli autori dei reati subiti. Il percorso di riabilitazione funziona anche tra persone estranee”.

Dunque i percorsi alternativi al carcere funzionano?
“Secondo noi la pena deve avere un valore di riabilitazione. Infatti un altro nostro progetto, già avviato in collaborazione con il ministro della giustizia Alfano, è l’Anrel: a Caltagirone abbiamo realizzato un’iniziativa di avviamento al lavoro dei detenuti negli ultimi tre anni di pena”.

Fonte: Affari italiani, 22 marzo 2010

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