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marchiossvpDi Claudio Messina – Presidente Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia della SSVP

Giovedì 11 si è riunita per la seconda volta, presso il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria a Roma, la commissione presieduta dal DG Detenuti e Trattamento Dott. Sebastiano Ardita, a cui ho partecipato in rappresentanza della San Vincenzo.

La prevenzione dei suicidi in carcere non può prescindere dalla presenza di condizioni di vita accettabili, dal riconoscimento e dalla presa in carico dei problemi di natura psichiatrica e dal controllo sui fattori di rischio personali e ambientali, accentuati da un contesto rigidamente strutturato e fortemente spersonalizzante. Paradossalmente, il problema grave del sovraffollamento (stiamo andando verso le 67.000 presenze per 43.000 posti regolamentari) non è la principale causa di rischio suicidario. Al contrario, da studi condotti negli USA, pare che la convivenza forzata in sovrannumero renda assai più difficile mettere in atto propositi suicidari…

Sapendo che la situazione in cui versa l’intero sistema penitenziario non può essere cambiata radicalmente in tempi ragionevoli, neppure se vi fosse la volontà politica di farlo, né se vi fossero immediatamente disponibili le risorse finanziarie – condizioni che al presente non ci sono – dobbiamo per forza di cose intervenire con i mezzi di cui disponiamo, cercando quanto meno di migliorare le condizioni di vita e di ascolto delle persone recluse. Ai pochi psicologi operanti oggi in carcere sono riservati tempi ridicoli d’intervento, quantificabili in … minuti (non in ore) pro capite al mese per coloro che dovrebbero essere seguiti e supportati. La sofferenza del sistema non risparmia nessuno, dai direttori in giù, fino all’ultimo agente, e l’estrema burocratizzazione, l’esiguità delle risorse scoraggia e demotiva anche il miglior intenzionato tra gli operatori, che infine si arrende e non può che assistere impotente al susseguirsi di eventi negativi.

Il piano carceri, riferito essenzialmente alla costruzione di nuove strutture o padiglioni entro due anni per 5.000 – 7.000 posti, nessuno sa bene come e quando prenderà avvio, chi dovrà progettare e con quali criteri, se come contenitori da riempire o come ambienti da abitare in modo più umano e razionale. I modelli di progettazione penitenziaria sono fermi a decenni fa e non sembra che siano variati, stando a quanto riferito dal Dipartimento. Basterebbe guardare ad esperienze assai più avanzate di certi paesi europei per capire che anche un’organizzazione diversa degli spazi può consentire una qualità di vita migliore, creare assai meno problemi, favorire percorsi riabilitativi. Ma in Italia non funziona così: si parla di una società che sarà costituita allo scopo e viene da pensare che tutto si debba misurare in termini di costi e di utili, senza doversi preoccupare della massima funzionalità e del gradimento di chi quelle scatole di cemento deve gestire…

Sulle cose che invece si potrebbero fare subito – lo abbiamo ripetuto fino alla noia – ci sarebbero poche ma essenziali misure per decongestionare il carcere e soprattutto per consentire a tutti di lavorare e vivere meglio.

Ad esempio, finirla con la politica d’incarcerare tutti coloro che commettono reati anche minimi. Le pene inferiori a due – tre anni dovrebbero potersi scontare con altre modalità. Dovrebbero poi prevedersi strutture diverse per coloro che sono in attesa di giudizio, che magari sono arrestati e scarcerati nel giro di qualche giorno, rispetto a chi invece sconta una lunga pena definitiva, che ha bisogno di spazi e di trattamenti diversi, miranti al suo recupero e reinserimento. Da subito si potrebbero migliorare le condizioni di contatto con le famiglie, a cominciare dai parlatori, dalle aree verdi attrezzate, dalle strutture adibite a periodici incontri familiari, alla possibilità di telefonare anche ai cellulari, che oggi in molti casi sostituiscono le linee fisse. Poi bisognerebbe privilegiare l’ascolto delle persone, specialmente nei primi giorni dopo l’arresto. La previsione da parte del DAP di istituire gruppi di ascolto costituiti da agenti, educatori e volontari, dev’essere ancora ben formulata attraverso norme e soprattutto programmi di formazione specifica. Anche se ancora abbastanza nebulosa e discutibile, è tuttavia una dimostrazione della volontà di cominciare a cambiare qualcosa nell’approccio con il detenuto, soprattutto nei casi individuati a rischio suicidario.

Tra due settimane il prossimo incontro e forse una mappatura delle iniziative già esistenti al riguardo nei vari istituti di tutt’Italia.

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