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Testo dell’intervento di P. Matteo Tagliaferri a Bruxelles, 28 Giugno 2017

PREMESSA:

Questi anni  sono stati per me anni di Stupore in una ininterrotta storia di amore!

Un amore che si è fatto concreto nell’incontro con Danilo, che un papà mi affidò nel 1991 e nell’incontro con la mamma di Jesùs, che nel 2003 mi chiese di aprire un centro a Chiclayo per accogliere il figlio e gli altri giovani in difficoltà.

Grazia e amore che si manifestano anche nell’apertura, nel 2008, del centro in Colombia, richiesto dalle Figlie della Carità, dal 2012, dei centri in Ucraina, richiesto dai confratelli vincenziani del luogo. Dal 2017 ci troviamo anche in Argentina dove su richiesta del p. Generale, padre Tomaz, è stato aperto un Centro a Bariloche.

Insieme all’attività riabilitativa delle dipendenze e ad una casa che accoglie ammalati terminali di AIDS, la Comunità da sempre ha operato anche nel campo della prevenzione e del reinserimento lavorativo in società. Così ci siamo trovati insieme ad affrontare i grandi problemi della dipendenza e dell’abuso di sostanze e di alcol; problemi comportamentali, di disagio e di malessere, sui quali la società e la scienza da decenni si interrogano, cercando soluzioni che spesso guardano e curano più le conseguenze della dipendenza, piuttosto che considerare la persona che vive questo disagio.

Invece di rafforzare la necessaria presa di coscienza al cambiamento, favorendo solo interventi sanitari, si rischia di accrescere ulteriormente la cronicizzazione, la normalizzazione e la permanenza dello stato di confusione e di dipendenza.

Non è questo rafforzato anche dall’idea comune che la tossicodipendenza è una malattia cronica, e per questo, si tende a curare appunto gli effetti e non le cause dell’abuso? Tutto questo può essere smentito dal fatto che a centinaia le persone che hanno terminato il programma in Comunità si sono reinserite positivamente in società, senza ricadute, diventando coscienze nuove e critiche verso la cultura che aveva determinato il loro disagio.


1) In comunità siamo consapevoli,  comunque, di dover affrontare, soprattutto all’inizio,  prima di tutto gli effetti dell’abuso di sostanze,  attraverso tutte le risorse oggi disponibili in campo medico, psicologico e psichiatrico.

Sempre più, infatti, alla confusione e alla disperazione della dipendenza, si accompagnano gravi destabilizzazioni psichiche e comportamentali.

Ma anche la fase di disintossicazione già richiede, insieme al necessario sostegno farmacologico,   un’accoglienza ed un ambiente positivo che accompagni la persona nella fatica di abbandonare l’uso delle sostanze.

Nei servizi territoriali e nelle cliniche, infatti, anche questa fase viene difficilmente completata, con alti tassi di abbandono. È significativo che in una ricerca che abbiamo svolto recentemente nell’ambito di un progetto nazionale sulla disintossicazione, nella nostra comunità il 92,31% delle persone è stato completamente disintossicato nell’arco dei primi 90 giorni di permanenza, mentre il 69,23% ha portato a termine un periodo in comunità di almeno 6 mesi.

Queste evidenze dimostrano, a nostro avviso, che la disintossicazione è possibile, soprattutto in un ambito, qual è la comunità, ispirato all’accoglienza e alla promozione integrale della persona.

Per noi, naturalmente, si tratta di una fase iniziale del programma, che prosegue nell’impegno educativo accompagnando i giovani verso una sempre maggiore conoscenza di sé ed una progressiva capacità di relazioni positive, in una parola ad un autentico percorso di maturazione e di cambiamento.

  • Di fronte ai troppi giovani in Italia e in tutto il mondo che attraverso le dipendenze patologiche vivono la disgregazione e la distruzione, l’annullamento di sé e la morte, è possibile uscire fuori dalle dipendenze senza parlare anche di amore, forza risanatrice e riarmonizzante della persona, e vertice di tutte le sue dinamiche spirituali e relazionali?

Già diversi anni fa l’Organizzazione Mondiale della Sanità nella dichiarazione di Ottawa, affermava che ogni intervento sanitario deve essere fatto in modo da favorire il benessere della persona e non semplicemente l’assenza di malattie e infermità.

Winnicott“Saremmo ancora troppo poveri se fossimo solo sani!”.

Platone scriveva già alcuni secoli prima di Cristo che “l’amore è la facoltà che fa passare dal non essere all’essere!”.

Ma noi siamo anche convinti, per la nostra esperienza (confermata anche scientificamente), che la felicità è la conseguenza della capacità della persona di conoscere, scegliere e vivere i valori: vivere la libertà, la fiducia in se stessi, la creatività, ma anche di lasciarsi attrarre da valori quali la bellezza, la verità, la stima per l’essere umano, la responsabilità: valori che abitano la libertà e danno un senso, adeguato e positivo, all’espressione matura della persona.

  • Da tutto questo emerge l’importanza dell’aspetto educativo-culturale per affrontare in radice il problema delle dipendenze: la persona deve essere aiutata a trovare la parte migliore di sé, quella che ci fa più onesti, più sinceri, più autentici e più liberi.

Questo produce un cambiamento nel modo di concepire l’esistenza che colpisce al cuore l’uso delle sostanze, quali esse siano (droghe, alcol, psicofarmaci, gioco d’azzardo…): non ci si drogherà più semplicemente perché si è imparato a vivere con pienezza la propria esistenza!


2) Nel 25° anniversario della Comunità in Dialogo abbiamo voluto riflettere sul tema “Amore come terapia e come senso della vita, con la scienza ma oltre la scienza”.

“Con la scienza e oltre la scienza” vuol dire che se è necessario prendersi cura della persona e dei suoi “funzionamenti” neurobiologici e psicosociali, è anche necessario raccordare le “funzioni” al “fondamento” su cui poggiano.

Curare le funzioni significa anche riconoscerne il “nucleo centrale”, ciò che permane nella “soggettività” oltre le disarmonie e disfunzioni che necessitano di cura. Capire e decifrare con la scienza il linguaggio del macrocosmo come del microcosmo non significa inglobarne anche il fondamento su cui poggiano. Oltre la nobilissima opera dell’uomo che è la scienza, è necessario cogliere l’essenza delle cose, niente coglie tale “nucleo” dell’essere di una persona come l’amore.

Ad esempio: chi è più a contatto con la realtà essenziale di un essere umano: chi ne studia i tratti somatici e chi recepisce quel tanto che può dedurre di esso con la ragione, o chi, essendo dotato dell’empatica percezione dell’amore, percepisce la migliore realtà interiore e unica di esso?

L’amore coglie “dal di dentro” il nucleo più intimo e più vero della persona (come la madre col suo bambino!) percepito come “bellezza”, come “bontà”, nella sua unicità e integralità. E’ l’amore che lo percepisce come “bene”, fonte di appagamento, di simpatia e attrattiva; come “tu” libero e autonomo, come “altro da sé”, pur uguale a sé. Limitarsi al carattere solo “conoscitivo” dell’amore, significherebbe non cogliere in modo completo la sua natura.

Schwartz afferma che: “l’essenza dell’amore è la facoltà di cogliere in una percezione unica il nucleo, il valore principale dell’altrui personalità”.

Pascal“l’amore è una conoscenza del cuore, un atto con il quale percepiamo la vera essenza di un’altra persona”.

L’amore certamente ha una
– dimensione interiore spirituale (ontologica – “La nostra identità è nascosta con Cristo in Dio”, Col. 3,3)
– e una dimensione relazionale – sociale (amore come eros, phileo, agapao).

Se c’è una consapevolezza della migliore psicologia è l’estrema importanza rivestita dall’amore nello sviluppo e nell’armonia della personalità necessaria al raggiungimento della felicità umana.

Maslow fa presente che per essere indotti ad approfondire adeguatamente un valore, bisogna farne personale esperienza, bisogna abbracciarlo e farlo proprio vitalmente!  Ciò che purtroppo non avviene frequentemente a proposito dell’amore!

In Comunità parliamo spesso del processo di “interiorizzazione” dei valori cioè come può un valore diventare “centrale”, non marginale, nella struttura della persona: solo attivando l’intelligenza (presa di coscienza), il cuore (sentimento) e la volontà (attività), allora il valore arriva a modificare ed ispirare in modo incisivo (vitale) la propria maniera di vivere.

L’accompagnamento, la testimonianza e l’impegno quotidiano del processo educativo coinvolge da “protagonisti” i giovani stessi che svolgono il cammino in Comunità.

Tolstoj diceva:

“amare è il compito più duro, compito che non cessa mai,da quando ti alzi al mattino a quando ti corichi la sera. Ma è anche il compito più consolante… perché giorno dopo giorno permette di conseguire soddisfazioni nuove… che ti si rivelano profonde più tardi, perché tu sarai amato dagli altri!”.


3)  Di fronte alle situazioni sociali, famigliari e mondiali di oggi, ci vuole un supplemento di amore per rendere l’umanità più ‘umana’, ma sembra difficile coglierne la presenza: certamente sappiamo riconoscerlo quando è presente nelle situazioni o quando in esse viene a mancare!

In questi 26 anni di esperienza della Comunità in Dialogo i giovani hanno mostrato non solo di riconoscerlo, ma di farne esperienza vitale attraverso le cose più semplici e le più gravi della vita. Anzi, diventano capaci di parlare di amore con una ricchezza di linguaggio, fresco e immediato, che solo chi lo vive può fare.

In Comunità sono solito dire: “è una fortuna sentirsi amato, ma è una disgrazia non aver imparato ad amare!”.

Alcuni in Comunità possono essere rimasti, dalle situazioni precedenti, fisicamente e psichicamente provati, eppure tali limiti non hanno impedito loro di esprimere positività e comunicare la loro parte migliore, anzi, appaiono non solo sereni, ma anche felici: sarebbe una ricchezza umana poter raccontare moltissime storie di trasformazione. Prima nel loro vivere si procuravano la morte, ora nel loro morire esprimono canti di vita!

Tutto ciò lo attribuiscono a ‘Qualcosa che è accaduto interiormente’ loro, a un sentirsi ‘dentro Qualcosa di più Grande’, e al sentirsi amati comunque, nei loro limiti (fisici, psichici, morali, sociali). A ciò attribuiscono lo sprigionarsi in loro di energie di bellezza, di coraggio, di novità, di creatività, di amore… di Grandezza…che li porta con slanci di grande generosità a lasciare le loro famiglie, il loro Paese e andare a portare speranza anche lontano, creando focolai di autentica umanità che sa accogliere, accompagnare ed educare chi li incontra. A questo proposito ricordo che sette dei primi giovani, il padre Generale, padre Gregory, volle affiliarli alla famiglia vincenziana il 10 giugno 2012.

Mounier richiama la necessità di fare culturalmente il passaggio dal “cogito ergo sum” cartesiano all’ “amo ergo sum”, con la differenza che nell’atto di amore la persona si coglie non solo nel suo esistere (cogito), ma nell’esistere con pienezza! (amo).

Nell’attuare le potenzialità e il valore dell’amore quindi l’uomo, insieme alla pienezza mai esaurita, trova anche il Senso al suo vivere!

–  Bisognerebbe ora ascoltare le testimonianze di tanti giovani della Comunità: nessuno meglio di loro sa ciò che li ha distrutti, quale mentalità e cultura; come pure nessuno meglio di loro sa ciò che oggi li fa vivereAscoltarli crea stupore!

E’ necessario infatti tornare a “stupirsi” come persone, come famiglie, come società: ciò fa vincere ogni forma di “riduzionismo” della persona (o solo orizzontale o solo verticale) che l’Amore invece armonizza e unisce come senso e mistero della sua vita.

Gesù diceva: “quando sarà giunta la mia ora, capirete Chi io sono, e vedrete la mia Gloria” (Gv): cioè capirete di cosa è fatto il mio Essere, cosa gli dà peso e lo fa grande e importante, quale è la mia identità: tutto questo sarà nell’ora della sua donazione libera, l’ora dell’Amore non condizionato neppure dal male. E Gesù dice così perché, come ancora S. Giovanni afferma: “Dio è amore!”

  • L’Atto iniziale” della Comunità in Dialogo sta nell’incontro tra una persona che viveva dell’amore ricevuto da anni che si trovava ad accogliere un’altra persona (Danilo) che chiedeva accoglienza e amore, chiedeva di sentirsi rispettato ed aiutato, di ricevere fiducia:

l’atto iniziale di amore consistette nell’accogliere l’altro sentendosi uguale perché entrambi creature fragili, deboli e per questo fatte “umili” (Solo chi si sente povero, può incontrare l’altro nella sua povertà).

In tale incontro si trova chi apre la casa e cambia il suo programma della giornata, e chi mette coraggio e fiducia che qualcosa di nuovo e di positivo ancora può accadere:

l’amore è percepito come squisitezza e gentilezza reciproca, come ugualmente umili e aperti a un desiderio di bene che faceva reale la speranza in entrambi i cuori.

Tali energie positive di amore si fanno intima concretezza e possibile apertura ad un Mistero più grande. “Amare qualcuno significa dirgli: ‘Tu non morirai!’. Amarlo in Cristo è dargli completa resurrezione!” (Marcel)

  • L’Amore, vertice di tutti i valori, produce l’identità più unica e personale, in chi accetta e si confronta con la realtà. Qui l’amore sprigiona nel modo più personale e inaspettato la sua creativitàche affonda le radici nell’Essere di ogni persona.

Le situazioni concrete (= realtà personale, interpersonale, sociale, ecc) sono vissute come “appello” all’intelligenza, alla libertà per esprimere in tali situazioni la propria risposta di bellezza, verità, bene, vicinanza, fiducia, stupore, gratitudine, umiltà…! In altre parole: di amore!

Le più grandi persone della storia hanno raggiunto una identità, che è il meglio di cui si vanta la storia umana, incidendo con creatività nelle loro situazioni personali e storiche: Luther King nella situazione neri e bianchi dell’America del 900; così Mandela nella situazione difficile del Sud Africa accettando anni di carcere, San Vincenzo nelle diverse povertà del suo tempo, Gandhi, Madre Teresa…e Gesù, che per miliardi di persone è l’Identità umana dove ognuno può riconoscersi e ritrovarsi.

E insieme a queste grandi persone ci sono anche infinite persone,
apparentemente più insignificanti che pure, col loro vivere quotidiano,
esprimono il “meglio” del nostro essere ‘umano’
e fanno il tessuto più nobile, seppur silenzioso, della nostra Umanità.


CONCLUSIONE: l’esperienza delle dipendenze patologiche ci dice che:

Sappiamo di più come funziona il cosmo, il microcosmo,
le dimensioni della persona ma
abbiamo perso il “Fondamento” di noi stessi, del nostro essere,
abbiamo perso la nostra anima!
L’uomo è distratto mortalmente da se stesso!
La cultura del tecnico, del funzionamento, dell’effimero, della materialità,
dell’esteriorità ci ha impoverito.
Bisogna riappropriarsi dei
“pezzi” di essere, di Luce,
di intuizioni, di profondità…di Dio
che abita e fa bella la persona,
altrimenti atrofizzata, oscurata

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